REGIA: KANE PARSONS

ATTORI:  CHIWETEL EJIOFOR, FINN BENNETT, LUKITA MAXWELL

REPERIBILITÀ: ALTA

GENERE: HORROR WEIRD

ANNO: 2026

“Backrooms” è un film che sta avendo un discreto successo forse perchè Kane Parsons ha saputo mettere in scena un argomento originalissimo (affrontato nella omonima webserie su you tube consistente in una serie di video) ovvero le “Backrooms“, da leggenda metropolitana a fenomeno del web questi spazi liminali hanno saputo entrare lentamente ma profondamente nell’immaginario collettivo. Ma cosa sono queste “stanze sul retro”? Si tratta di spazi vuoti, stanze con pochi oggetti talvolta strambi oppure comuni ma posizionati in modo anomalo o confusionario, stanze ravvicinate con angoli o spazi bui, labirinti vuoti o semivuoti, spazi enormi che generano un mix di sensazioni: solitudine, inquietudine, disagio interiore e che talvolta sono infestati da oscure entità. Siamo negli anni novanta, dopo un breve ed enigmatico antefatto il film porta in scena la vita grigia di Clark (Chiwetel Ejiofor) un architetto fallito afro americano cacciato di casa dalla moglie per scatti di rabbia ed alcolismo che gestisce un negozio di mobili di prima e seconda mano. L’uomo è in cura dalla psicologa Mary (Renate Reinsve) per cercare di ricostruire la sua vita. Clark è costretto a dormire nel negozio e una sera scendendo nel seminterrato si accorge di una strana “porta” nella parete, un passaggio contornato da una sottile vena dorata. Incuriosito decide di “sondare” questa stranezza prima infilandoci una mano poi oltrepassandola. Con grande stupore si ritroverà in uno spazio che sembra far parte di un’altra dimensione, così piano piano comincia, non senza un certo timore ad esplorare questo spazio enorme. Ne parla anche con la sua psicologa la quale ovviamente è restia a credergli così dopo aver mappato una parte del percorso decide di varcare la soglia con Kat (Lukita Maxwell) e Bobby (Finn Bennett) ma in questi spazi è facile perdersi ed infine incontrare strane entità. Non ricevendo più notizie di Clark, la psicologa Mary decide di recarsi al mobilificio ed anche lei scoprirà l’entrata magica per quello strano mondo. “Backrooms” si qualifica come uno degli horror migliori del 2026, un film che forse lo spettatore medio troverà cervellotico, e anche se vi confesso che io stesso non amo troppo i film ingarbugliati o ad ampia interpretazione, ho trovato in questo gioiello di Parsons un film estremamente valido, sicuramente weird ma girato coi fiocchi. Parsons ci mostra come a fronte di un budget modesto si possa fare un prodotto valido e originalissimo. La regia di Parsons si avvale di una doppia faccia una di tipo classico ovvero una ripresa da horror americano con largo uso del grandangolo di una certa classe e una di tipo grezzo, una ripresa con telecamera a mano in prima persona utilizzata quando il piccolo gruppo si addentra nei meandri delle “Backrooms” un tipo di regia sporco in stile found footage. Si tratta di una vera discesa nei meandri dell’inconscio o di un’altra dimensione, un regno dove vengono riprodotte cose e persone da una prospettiva distorta, come un’intelligenza artificiale malfunzionante, i freaks che troviamo all’interno sono forse pezzi della nostra psiche, mostri interiori che si manifestano ai nostri occhi in tutta la loro deformità, in fondo cosa sono le “stanze sul retro” se non una parte del nostro inconscio che la mente non vuole accettare? Ma il film ci stupirà dandoci anche e soprattutto una spiegazione (o tentativo di spiegazione) scientifico-razionale lasciando comunque un certo margine all’interpretazione. In questo film i veri protagonisti sono loro, questi spazi chiusi e immensi, labirintici, con queste carte da parati quasi sempre presenti, spazi vuoti, silenziosi lo spettatore viene messo in soggezione, si sente a disagio identificandosi negli esploratori dell’ignoto che osano avventurarsi in quei meandri e quando la prospettiva diventa in prima persona con la telecamera a mano questa soggezione si amplifica a dismisura. Ci sono poche scene sanguinolente, se escludiamo un crudo scalpo fatto ad una di queste strane creature con un coltello, ma il vero punto di forza del film risiede nella freddezza e nel vuoto di queste stanze e corridoi che sembrano non finire mai, che si ripetono in un loop impazzito. C’è un ottimo uso delle luci anche (e soprattutto) a livello simbolico, le stanze e corridoi illuminati nascondono quasi sempre parti in ombra e sono sempre presentati con una luce giallastra e innaturale, ma talvolta troviamo stanze con colori accesi e soffocanti come la temibile stanza natalizia pervasa da un rosso scuro che senza illuminazione (tranne la luce proveniente dall’albero natalizio) contrasta col buio tutt’intorno creando un’atmosfera terrificante. L’inconscio è rappresentato da queste stanze dove talvolta vengono ammassati oggetti e cose come divani, tavoli, e sedie, come una sorta di soffitta mentale ingarbugliata, una delle chiavi di lettura del film esce direttamente dalla bocca di uno dei suoi personaggi: “descrivere questo posto è come chiedere ad un cieco di descrivere un cane” infatti l’unico modo di connettersi a tutta quella vasta gamma di sensazioni che il film propone è guardarlo coi propri occhi, ogni descrizione per quanto accurata risulta soggettiva e forse fuorviante. I suoi pochi personaggi sono persone comuni che diventano per caso, esploratori di un ignoto immenso, mentre Clark è un uomo pieno di insicurezze e problemi la dottoressa Mary è una donna algida e razionale che diverrà anche lei sperimentatrice sul campo di una realtà alienante. Bobby e Kat sono invece personaggi meno profondi, gente da vita di ogni giorno che puoi trovare al bar che per spirito di amicizia scelgono (titubanti) di seguire Clark nell’esplorazione prima dubitando della realtà raccontata poi ritrovandosi spaesati in un “oltre” alieno e indecifrabile. Un film spiazzante, originale, per palati fini, da vedere.

 

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