LA VILLA DELLE FOGLIE MORTE BY DOTT TRASH

LA VILLA DELLE FOGLIE MORTE

 

Quello del 1889 fu un inverno particolarmente rigido, soffiava spesso un vento gelido che penetrava nelle ossa di Sir Jacob Owen nonostante il pesante pastrano marrone che inossava sempre nei mesi invernali. La pittura era da sempre la sua passione, venendo da una ricca famiglia, nella sua bella casa non erano mai mancati quadri ad adornare i lunghi corridoi rischiarati soltanto dalla luce delle fiaccole, ed in una stanza dedicata amava esercitarsi in tale arte. Oggi si era svegliato di buon umore e dopo una colazione veloce decise di sfidare il gelo per dipingere all’aperto visto che il cielo anche se coperto non minacciava pioggia, così fatto chiamare Archibald, suo fidato cocchiere, si diresse verso un’ampia zona verdeggiante nei pressi di villa Patel. Scese dalla carrozza con tutto l’occorrente e dopo aver dato una rapida occhiata al paesaggio decise dove posizionarsi, Archibald lo osservava bevendo da una fiaschetta di liquore di pessima qualità.

Miscelò accuratamente i colori sulla tavolozza stando ben attento a non macchiarsi i vestiti, e quando fù pronto abbozzò il paesaggio circostante: gli alberi che si stagliavano contro il cielo grigio, qualche sasso qua e là, e soprattutto lei, villa Patel che con la sua facciata scrostata, le sue finestre rotte, il tetto pericolante e il cancello arrugginito, incuteva timore anche al viandante più distratto. Fù proprio quando si trovò a disegnarne i contorni che un brivido lo scosse facendogli sfuggire la matita di mano che andò a finire nel fango, la raccolse pulendola successivamente col suo fazzoletto che teneva in tasca. La voce di Archibald tuonò alle sue spalle facendolo voltare:

 “mio padre mi raccontava che in quella casa ci fù un suicidio, la famiglia non si riprese più da quel giorno”

“storie mi caro Archibald, sono solo leggende popolari…” si grattò il mento poi riprese: “spesso circolano strane voci sulle ville abbandonate, ma sono solo dicerie da paese, anche se effettivamente quella villa ha un che di sinistro” Archibald guardò in direzione della villa e un’angoscia sconosciuta lo pervase, prese un altro sorso dalla fiaschetta e lo mandò giù in fretta, l’alcool lo riscaldò un poco. Dopo circa una mezz’ora Jacob ripose tavolozza e pennelli e guardò ancora una volta verso villa Patel, si voltò verso Archibald e lo vide mezzo addormentato, un po’ di bava gli era scesa sul mento:

“Voglio andare più vicino per osservare meglio”

Archibald si riprese con un fremito: “come signore? Ha detto qualcosa?”

“Portami più vicino voglio osservare meglio la villa”

Jacob mise un piede sul predellino, entrò e chiuse lo sportello, la carrozza partì, di tanto in tanto sobbalzava per i sassi e le buche nel terreno, Archibald vide un gruppo di uccelli neri che volavano in uno stormo compatto in direzione opposta, con una mano si tirò su il bavero per ripararsi dal vento. Una volta sceso Jacob si trovò davanti al cancello arrugginito semi aperto, mucchi di foglie secche turbinavano spinte dal vento freddo “aspetta un attimo qui” Archibald rispose con un cenno di assenso mentre osservava il suo padrone con aria interrogativa. Jacob oltrepassò il cancello, e dopo alcuni metri si trovò davanti quel capolavoro di decadenza: la facciata era tutta scrostata, le finestre del piano superiore erano allo sfascio, soprattutto quelle della parte destra che pendevano ormai come denti marci di una vecchia strega, la porta d’ingresso non esisteva più, restavano solo cardini corrosi dal tempo, ed il tetto rivelava numerosi buchi oltre i quali si scorgeva il cielo minaccioso.

La vista di quello sfacelo lo mise un po’ a disagio, si guardò attorno e del bellissimo giardino restavano solo erbacce ed una fontana piena di foglie secche alla cui sommità vi era un putto dal volto pieno di crepe che sorreggeva un’anfora vuota. Era quasi per tornare dal suo cocchiere quando gli parve di udire una sorta di lamento provenire dall’interno della villa, un suono appena udibile che si confondeva col vento che adesso soffiava forte sollevando le vecchie foglie secche che danzavano assieme a cumuli di polvere, quel turbine arrivò quasi a colpire Jacob che indietreggiò coprendosi la parte sinistra del volto con una mano.

Camminando a piccoli passi decise di varcare la soglia, lo accolse un atrio dal pavimento crepato, attraversato da un tappeto logoro che un tempo doveva essere rosso, sulla sinistra un candelabro avvolto nelle ragnatele riposava di traverso su uno sbilenco mobile a cassettoni che pendeva in obliquo, andando avanti si imbattè nel vecchio orologio a pendolo le cui lancette erano ferme da anni, decenni forse, il vetro davanti la pendola era andato in frantumi ed il legno recava gli inevitabili segni del tempo. Entrò in una stanza ampia dal soffitto a volte, il camino annerito aveva ancora al suo interno alcuni piccoli ceppi anneriti, un ragno fece capolino fra essi pria di scomparire nuovamente, il lamento si fece udire ancora. Jacob si irrigidì, uscì dalla stanza e si diresse verso una camera dai muri ornati da frammenti di pitture floreali, il letto a baldacchino recava sulle coperte tracce di una muffa verdastra ed il cuscino aveva una serie di buchi dai quali uscivano delle piume. Jacob guardò verso l’ampia finestra che guardava sul prato sottostante e la vide. Su di una sedia stava una figura femminile piuttosto esile dalla chioma bruna raccolta in una crocchia tenuta insieme da un nastro azzurrino portava un abito finemente ricamato di colore grigio chiaro e delle scarpette nere e lucide.

“Amo stare davanti questa finestra, da qui posso vedere tutto il parco, avreste dovuto vedere com’era bello nei suoi anni migliori, con la fontana che zampillava incessantemente, aiuole di fiori dai colori vivaci…”

Jacob si avvicino un poco “ma… signorina cosa fate qua tutta sola in questa villa, vi prenderete un malanno con tempo così, ci sono spifferi ovunque…”

La ragazza si voltò: un volto pallido con labbra sottili, una fronte alta e degli occhi azzurri osservarono Jacob con un’espressione triste, si alzò in piedi, la sua figura era alta e snella.

“Mi chiamo Adelle…”

La sua voce aveva un tono basso, “Jacob Owen, permette?”

Le baciò la mano, aveva una pelle liscia ma fredda, a quel contatto Jacob si sentì improvvisamente a disagio. La ragazza sorrise:

 “conosco molto bene questa casa, di tanto in tanto vengo in questo luogo, ho lasciato molti ricordi qua… poi mi sono trasferita con mia sorella”

Jacob la osservava con un misto di curiosità e imbarazzo, cosa spingeva questa ragazza a passare del tempo in completa solitudine in quella villa abbandonata, indubbiamente doveva avere un carattere piuttosto eccentrico, oppure era semplicemente una persona prigioniera del passato, queste domande affollavano senza sosta la mente incuriosita di Jacob.

“Io sono un pittore, oh… ma lo sono solamente da amatore, mi piace dipingere paesaggi…”

Adelle si diresse verso quella che una volta era la porta della stanza, una mano carezzava la parete:

“signorina se permette posso riaccompagnarla a casa con la mia carrozza, il cocchiere è qui vicino”

“sono già a casa” rispose con un filo di voce oltrepassando l’ingresso e svoltando nella sala da pranzo, Jacob cercò di seguirla, svoltò in fretta e si trovò davanti un lungo tavolo sul quale erano posti dei piatti mezzi rotti, su uno di essi un topo stava rannicchiato, sentendo la presenza dell’uomo si dileguò infilandosi in fretta in un buco della parete scomparendo. Jacob si guardò attorno spaesato, la tavola sporca ma ancora imbandita, le sedie rotte, alcune delle quali ormai finite per terra, ed un lampadario penzolante dal soffitto che sembrava stesse per cadere da un momento all’altro, ma di Adelle nessuna traccia.

“Padrone! Dove siete!… Padrone mi sentite?” La voce di Archibald sembrava giungere da un’altra dimensione, ovattata e lontana, Jacob percorse a passo svelto le stanze ed i corridoi ormai bui fino ad arrivare quasi all’uscita dove per poco non si scontrò con Archibald che giunse correndo.

“Padrone finalmente! Sono venuto a cercarvi, non vi vedevo tornare sono quasi e dieci, cosa vi è successo?”

Jacob vide con stupore che la notte era ormai calata rendendo il parco ancora più spettrale, Archibald reggeva una lanterna che spandeva in suo chiarore nella notte scura, Jacob era stupefatto, il tempo sembrava aver accellerato il suo corso improvvisamente.

“Perdonami Archibald ma…” non riusciva a trovare le parole “non mi sono reso conto dello scorrere del tempo” si passò una mano sulla fronte sudata e riprese:

“hai visto una ragazza uscire dalla casa?” Il cocchiere lo guardò con sospetto “Quale ragazza sir?”

“Una ragazza bruna con un abito grigio”

“no sir, non ho visto nessuno uscire, mi stavo preoccupando per lei, sono sono più di quattro ore che è qua dentro, se mi permette si è fatto tardi, sua madre la starà aspettando”

“certo Archibald hai ragione torniamo alla carrozza in fretta ho bisogno di riposo”

Arrivato a casa congedò immediatamente Archibald e si diresse verso il salotto dove sua madre lo attendeva. Su un sofà una donna di circa sessantacinque anni se ne stava appisolata su un cuscino recante lo stemma di famiglia: una torre attraversata da una spada posta in diagonale.

“Perdonatemi madre ho avuto un contrattempo”

La donna si riprese dal torpore:

“Figlio mio dove sei stato? Ormai è tardi, mi stavo preoccupando”

Jacob esitò un momento “perdonatemi madre ho avuto un imprevisto…”

Sua madre Briony si alzò e con passo svelto andò da lui, “figlio mio è ora di andare a dormire”

“certo, si è fatto tardi, meglio andare”

I due si diressero alle loro stanze da letto, e si coricarono.

Fu una notte agitata quella di Jacob, si rigirò più volte sotto le coperte prima di essere rapito da un sonno agitato, sognò di trovarsi in un bosco oscuro, gli alberi piegati dal vento si agitavano in una danza contorta, occhi gialli lo scrutavano da dietro cespugli sparsi qua e là, cominciò a correre. Prese un sentiero pieno di ciottoli, sovente si voltava per vedere se qualcuno o qualcosa lo seguisse nella sua corsa, non vedeva mai nessuno ma sentiva sulla sua schiena come un grattare di unghie affilate che ogni volta lo facevano trasalire, in lontananza vide una casetta di legno.

Vi giunse e una volta all’interno rafforzò l’entrata con un paletto, da fuori provenivano spaventosi ululati che si confondevano con le raffiche di vento gelido, al centro della stanza su di una sedia logora una ragazza di spalle se ne stava immobile, si avvicinò furtivo, allungò una mano ma improvvisamente la porta cedette e un branco di lupi famelici con le fauci bavose spalancate irruppero nella stanza e lo aggredirono. Si svegliò di soprassalto madido di sudore, dalle spesse tende filtrava un po’ di luce, si toccò la fronte e si mise seduto sul letto, Archibald bussò alla porta: “Sir sua madre la manda a chiamare, sono ormai le dieci…” rimase inebetito per un attimo, poi si mise seduto sul letto: “eccomi Archibald arrivo subito”.

La porta si aprì ed Archibald vide sul volto del suo padrone un’espressione turbata, come se il dolce balsamo del sonno non avesse avuto alcun effetto su di lui “Milord, sua madre l’attende di sotto”, Jacob si passò una mano fra i capelli “dille che fra poco scenderò” Archibald fece un cenno di assenso poi scese le scale e scomparve alla sua vista.

Jacob giunse di sotto per la colazione e trovò sua madre che lo attendeva seduta su una sedia intenta a ricamare con ago e filo, alzò la testa “finalmente, ben svegliato caro, vuoi un po’ di latte?”

“Grazie, lo gradirei molto” si sedette, con le mani sfiorò il tavolo di marmo che rivelava fantasiose venature, era liscio e freddo. Bevve velocemente il latte da una tazzina ornata di rilievi floreali “stamattina andrò da vecchio Elias, i cavalli hanno bisogno di nuove bardature”

sua madre fece un cenno di assenso e aggiunse “in paese passa anche dal negozio di stoffe, prendimi qualche metro di velluto”

posò la tazzina e si pulì col tovagliolo “certo, come desiderate” si alzò e chiamò Archibald.

Arrivarono in paese in fretta, sulla strada tortuosa incontrarono solo un’altra carrozza e un viandante trasandato su un vecchio cavallo dall’aria stanca, giunti davanti al negozio trovarono il vecchio Elias sull’entrata.

Era una figura alta e snella con pochi capelli brizzolati, vestito con una camicia sporca sulla quale stava un grembiule di pelle nero, si stava pulendo le mani con un panno:

“Salve Elias, ho bisogno di nuove bardature, hai dei buoni pezzi oggi?”

“Ma certo milord, prego da questa parte”

Il vecchio negozio aveva sul fondo un vecchio bancone marrone scuro recante i segni del tempo Elias passò dietro e tirò rapidamente fuori la sua merce che sbatacchiò sul legno. “Dunque, abbiamo questi qua” mostrò pezzi nuovi di zecca, Jacob respirava il buon odore di cuoio diffuso in tutto l’ambiente “altrimenti andiamo su queste qua milord” gli mostrò una sella marrone chiaro, Jacob passò una mano sul nuovo articolo valutando di persona, liscio e robusto, senza dubbio gli articoli del vecchio Jacob erano di altissima qualità.

Dopo che ebbe deciso quali bardature acquistare chiamò il buon Archibald che lo aiutò a trasportare gli acquisti dentro la carrozza. L’aria era fresca, il suo sguardo finì sulla vetrata della “Old tree tavern” e il respiro gli venne meno. Seduta ad un tavolo con un libro aperto in mano se ne stava lei i capelli non erano più raccolti, la pelle più luminosa, indossava un abito azzurro con sopra una pelliccia, ai piedi degli stivaletti neri in pelle, si avvicinò alla vetrata, lei distolse per un attimo lo sguardo dalla lettura e fissò l’uomo uomo di là dal vetro, si aggiustò una ciocca di capelli e tornò al suo libro.

“Aspettami qui Archibald” arrivò a passo svelto alla porta d’ingresso, mise piede nel locale mentre il cameriere stava spolverando un tavolo, c’era una bella atmosfera dentro, i raggi del sole arrivavano nella loro pienezza dalle finestre a vetri, le pareti erano ornate da alcuni dipinti ritraenti paesaggi bucolici, alcuni signori ben vestiti con tanto di bastoni appresso sorseggiavano i loro caffè conversando allegramente, il giovane attraversò la stanza fino a giungere ad un tavolino vuoto, si mise seduto.

La osservò per alcuni minuti finchè si rese conto che in lei c’era qualcosa di diverso, non era la pettinatura, semmai c’era qualcosa nel suo volto, una sfumatura diversa, il suo mento sembrava essere più pronunciato di quanto ricordasse dal loro unico ed ultimo incontro. Lei distolse ancora una volta gli occhi dal suo libro, lo fissò ancora una volta poi tornò a sorseggiare una tisana da una tazza in avorio. Jacob non sapeva cosa pensare, la ragazza sembrava non riconoscerlo, c’era qualcosa di spontaneo in quell’atteggiamento ma Jacob non riusciva a comprendere, era evidente che lo avesse visto ma sembrava non riconoscerlo nella maniera più assoluta, questo lo infastidì un poco.

“Cosa posso servirle signore?” Un cameriere dall’aria stanca, con gli occhi appesantiti forse da notti insonni lo scosse dai suoi pensieri “un cognac” disse freddamente Jacob tornando subito a fissare la ragazza che adesso si era nuovamente voltata nella sua direzione e lo fissava stavolta un po’ indispettita. Jacob prese coraggio, si alzò piano superò un tavolo dove due uomini sedevano silenziosi, immersi nella lettura dei loro giornali ed arrivò davanti alla ragazza che depose il libro sul tavolo e lo fissò “buongiorno signorina, bella giornata vero?” La ragazza annui “sì una splendida giornata, con chi ho il piacere di parlare signor?”

Ormai era chiaro che non stesse affatto fingendo, sul volto di Jacob si dipinse un velo di tristezza, possibile che proprio non ricordasse niente di quell’incontro così insolito, di tutto il tempo che erano rimasti soli a parlare “Jacob, Sir Jacob Owen, e voi se la mia memoria non m’inganna siete l’incantevole Adelle”

La ragazza lo guardò stupefatta, per un attimo Jacob pensò di aver detto qualcosa che avesse potuto in qualche modo offenderla “Sir io mi chiamo Victoria, e scusate ma non ricordo affatto dove ci siamo conosciuti, forse voi mi avete scambiato per mia sorella”

Jacob avvampò in faccia e la ragazza sembrò accorgersene “perdonatemi signorina sono desolato…”

La ragazza rivelava nella sua voce un certo nervosismo, le sue mani presero a tormentare un tovagliolino “sir, se non sono indiscreta, potrei sapere quando avete conosciuto mia sorella?”

Jacob si riprese “ecco vedete, è stato qualche giorno fa, mi trovavo nei pressi di villa Patel…”

La ragazza si fece scura in volto e un velo di tristezza la rabbuiò “Sir se posso permettermi io credo che voi abbiate preso un abbaglio, in quella villa non abita più nessuno da anni, ne sono certa perché vi abitavo anche io prima della morte di mia sorella”

A Jacob mancò il respirò, si sentì svenire appoggiandosi al bordo del tavolino per evitare di cadere “mio padre volle cambiare casa, troppi ricordi in quella villa, Adelle ebbe la sfortuna di conoscere un mascalzone che la lasciò poco prima delle nozze, poverina… la trovò la serva impiccata”.

Jacob barcollò indietreggiando “Milord cosa avete? Sembrate pallido…” indietreggiò fino all’uscita, la ragazza imbarazzata continuava a fissarlo, quando uscì correndo una ventata gli gelò il sangue nelle vene “muoviamo ci Archibald portami subito a casa”, la carrozza partì a velocità sostenuta.

Tornato a casa si chiuse nel suo studio a riflettere, si sedette su una pesante sedia in mogano con dei braccioli massicci che brillavano alla luce che filtrava dall’ampia finestra, si appoggiò con i gomita alla scrivania, e dopo aver giocherellato con una piuma d’oca si prese la testa fra le mani. Ci doveva essere una spiegazione logica, si immaginò la graziosa Adelle che penzolava inerte con una corda attorno al collo, il volto contratto in una smorfia orribile, le labbra blu e gli occhi spalancati e privi di vita, si alzò di scatto e andò verso la finestra, scostò le pesanti tende. Poteva anche trattarsi di uno scambio di persona, che si fosse trattato di un macabro scherzo? Ma di chi? E perché? Non aveva molto senso. Si sentiva scosso nel profondo del suo animo, si diresse verso il vassoio d’argento, con le mani tremanti prese una bottiglia di Brandy e si versò un bicchiere che bevve tutto d’un fiato. Rimase nello studio a lungo, tormentandosi con quella storia, finchè Archibald non lo chiamò per la cena. Sua madre lo vide turbato ma evitò di infastidirlo con domande, semplicemente lo osservava mentre col cucchiaio d’argento girava e rigirava la sua zuppa che si stava freddando, Archibald da una parte osservava la scena muto “non hai fame stasera? Mangia, altrimenti si raffredda”

Jacob alzò la testa “perdonatemi madre pensavo a mio padre, mi manca molto, spero torni presto”

Briony gli sorrise “lo sai che il vecchio zio Jhon è moribondo, almeno uno di noi doveva fare presenza a consolare la povera Sarah”

Jacob prese un pezzo di pane e ne mangiò un pezzo “avete ragione madre ci voleva che almeno uno di noi gli facesse visita, naturalmente al funerale cercheremo di essere tutti presenti, sua madre gli fece un cenno di assenso poi la cena si ravvivò un poco, i due commensali parlarono delle letture che avevano intrapreso grazie alla ricca biblioteca.

Il giorno seguente a metà mattinata Jacob non riuscì a domare la sua curiosità mista a paura e andò a chiamare Archibald “prepara la carrozza, torniamo a villa Patel”

Archibald lo guardò un po’ storto, poi si consolò col suo amato alcool dirigendosi a passo lento verso le scuderie, “giornataccia” pensò, si strinse il bavero del cappotto mentre osservava delle nuvole minacciose e cariche di pioggia so stavo avvicinando sospinte da un freddo vento.

Per la strada sterrata non incontrarono anima viva, le foglie degli alberi recavano segni dell’umidità notturna, niente, neppure gli scossoni della carrozza potevano distrarre Jacob dai suoi oscuri pensieri, la voglia di rivedere quella ragazza che lo aveva tremendamente stregato era come una calamita, un impulso a cui non riusciva a sottrarsi, e poi c’era quel mistero, una questione che intendeva chiarire assolutamente.

La carrozza si fermò davanti al cancello “siamo arrivati milord” Archibald notò che il suo padrone stavolta non aveva portato tavolozza e pennello, non riusciva a capire cosa diavolo volesse fare ancora in quella villa fatiscente “vieni con me”, Jacob scese dalla carrozza e Archibald lo seguì, attraversarono il trasandato giardino pieno di erbacce, con la sua fontana rotta, salirono i gradini ed entrarono. Archibald osservava quel luogo con un certo disgusto, abituato al lusso della villa di Jacob, tuttavia non interferì con la decisione di fare un giro in quello squallore.

Attraversarono vecchie stanze polverose, si soffermarono nella libreria piena di volumi ammuffiti sparsi per terra e scaffali semi distrutti sui quali alcuni topi avevano trovato rifugio, Jacob visitava quelle stanze con un febbrile interesse ed una volta uscito dalla porta sul retro che dava sul piccolo cimitero urlò il nome della ragazza nella speranza che fosse nei paraggi. Archibald rimase di stucco, non aveva mai visto Jacob così agitato, Jacob dopo un altro tentativo si rese conto che stavolta non c’era davvero nessuno, cominciò a camminare fra le lapidi crepate del cimitero di famiglia, alcuni corvi che se ne stavano appollaiati vicino ad una tomba presero il volo appena notarono la sua presenza.

Passò vicino ad una lapide recante una grossa croce argentata e con orrore vide il nome inciso sulla lastra: ADELLE PATEL 1859-1879, sbiancò in volto, cadde in ginocchio, le mani che stringevano i capelli arruffati dal vento “non può essere… non è possibile” Archibald cercò di sorreggerlo “padrone cosa avete? Vi sentite male? Su è ora di…” la terra sembrò muoversi come se qualcosa da sotto la stesse spingendo, la lapide traballò.

Jacob si alzò barcollando mentre dalla terra umida usciva usciva una figura dalle vesti lacere, il volto marcio pieno di vermi, le membra annerite che lasciavano intravedere le ossa “vieni da me Jacob, non lasciarmi anche tu” era una voce gutturale che usciva da una bocca piena di terra e denti anneriti. Archibald indietreggiò con le gambe tremanti inciampando in una lapide sbilenca dietro di lui, Jacob con la mente in preda al terrore mise istintivamente le mani avanti per allontanare quell’orrore “lasciati abbracciare…” un po’ di terra le uscì dalla bocca, strinse Jacob in un abbraccio orrendo, la mente del giovane vacillava, Archibald colse una pietra da terra, la lanciò e prese in pieno la testa, un orribile ferita si aprì facendo fuoriuscire dei vermi brulicanti. Jacob con la forza della disperazione riuscì a sferrare un calcio all’orrenda creatura facendola cadere. L’orrenda testa della ragazza andò a sbattere violentemente contro una lapide aprendosi come un frutto marcio pieno di larve, difronte alla raccapricciante scena Archibald ebbe un conato di vomito e si voltò, tutt’intorno un silenzio innaturale.

I due dopo aver dato una veloce sepoltura a quell’essere sfortunato decisero di non parlare mai con nessuno dell’accaduto, e di non mettere mai più piede a villa Patel, così ripresero la loro carrozza, Archibald spronò a più non posso i cavalli arrivando in fretta a casa. Negli anni a venire di tanto intanto Jacob si sveglia ancora sudato nel cuore della notte e c’è chi giura di udire ancora nelle uggiose giornate invernali prive di sole, il lamento di una ragazza nei pressi di villa Patel.

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