TRAGICA NOTTE A LITTLE HOPE CAPITOLO 6

TRAGICA NOTTE A LITTLE HOPE

CAPITOLO 6

Alex si trovò davanti il suo nemico e cercò di colpirlo con il coltello affilato ma il colpo vibrò in aria a vuoto e il vampiro lo placcò scaraventandolo in terra, finirono l’uno sopra l’altro, Alex gli teneva su la testa tenendo a distanza i minacciosi canini, doveva trovare una soluzione, sapeva in cuor suo che lo avrebbe trattenuto ancora per poco, poi guardò verso sinistra, a circa tre metri di distanza e fu attratto da nettuno. La statua del dio del mare troneggiava in disparte ed il suo tridente era minaccioso, il dio lo stringeva e sembrava volerlo innalzare al cielo in una posa irreale, il vampiro sbraitava, voleva a tutti i costi il suo sangue, Alex prese coraggio e puntò il ginocchio contro lo stomaco del vampiro, calcolando bene distanza e tempo, “stai solamente rimandando la tua agonia” Alex non badò a quelle parole e sferrò il vampiro nella direzione giusta, fortunatamente essendo uno di quelli che non volava, andò dritto ad infilzarsi sul tridente. Il marmo bianco della statua era tinto di rosso e dal tridente come una cascata colava il sangue Alex si rialzò e per un attimo barcollò, riprese a correre ed arrivò davanti alla porta dei bagni, prima che potesse aprire la porta udì uno svolazzare provenire da dietro, un vampiro era a meno di un metro da lui. In quell’istante il collo di Mattew si spezzò sotto la pressione esercitata da Ukras che adesso voleva sbarazzarsi del corpo, lo lanciò a caso facendolo finire su un tavolino di vetro che si frantumò, anche Ukras adesso guardava nella direzione dei bagni. Andrew intanto si era rifugiato sotto il bancone, era sudato e stava pregando mentalmente, pregava come non lo aveva mai fatto in vita sua, non sapeva più cosa fare, anche cercare di scappare non doveva essere una buona idea pensò osservando i corpi senza vita sparsi ovunque. “Penso sia ora di farsi una bella spremuta” la voce gli fece andare il cuore in gola, la sentiva sopra di sé e si voltò.

Il vampiro era in piedi dietro di lui e lo afferrò per il collo “no! Non posso morire così!” Andrew cercava di liberarsi dalla presa “sai dopo tutto questo movimento mi è venuta sete…” il vampiro si guardò intorno “e poi non siete rimasti in molti ormai, se non placo la mia sete adesso rischio di dover aspettare la prossima mattanza” vide uno spremiagrumi elettrico e gli venne una grande idea. Il vampiro rovesciò tutto ciò che poteva essergli d’intralcio dietro al bancone alcuni piatti sporchi finirono a terra, insieme ad un piccolo microonde che fracassandosi emise qualche scintilla, “adesso sì che c’è un po’ di ordine qua” con l’altra mano prese lo spremiagrumi e lo pose al centro. La testa del ragazzo era portata in direzione della punta dello spremiagrumi, egli scalciava e si dibatteva cercando di sottrarsi ad una fine orrenda “su amico, ci vorrà solo un attimo” altri calci, altre imprecazioni “fottiti figlio di troia!” Quando il centro della fronte si unì alla punta, il corpo del ragazzo cominciò a fremere come se fosse preda di scosse elettriche, le urla durarono poco ma furono tremende, pezzi di cervello si sparsero tutt’intorno, il vampiro premette con più vigore la testa sulla punta e le braccia del giovane si afflosciarono sui fianchi. Gettò il corpo dietro di sé e versò il sangue dentro un bicchiere di cristallo dalla forma conica, bevve con molta calma gustandosi lo spettacolo intorno. Kimberly era rannicchiata sulla tazza del water chiusa dentro l’ultimo bagno sulla sinistra, nervosamente si mangiava le unghie che per la serata le aveva tinte di un rosso acceso “Alex torna ti prego… ti prego… non lasciarmi sola” tuttavia dentro di sé sapeva la verità, il pensiero che Alex non sarebbe più tornato era ormai più che un’ipotesi, ma c’era una parte nascosta del suo inconscio nella quale disperatamente si rifugiava per sfuggire a quel pensiero, ed adesso c’era una cosa che le dava enormemente fastidio e di cui aveva paura: il silenzio. Niente più urla, schiamazzi o rumori di cose che si rompevano, niente. Quel silenzio le faceva accapponare la pelle perché sapeva che significava qualcosa, era il risultato della vittoria dei mostri, era la triste constatazione del fatto di essere rimasta sola, il suo Alex non c’era più, non poteva esserci, se fosse ancora vivo avrebbe sicuramente sentito la sua voce in lontananza, se fosse in pericolo lo avrebbe  sentito gridare, invece niente, niente di niente. Si stava asciugando le lacrime che le uscivano incontrollate con un pezzettino di carta igienica quando udì qualcosa, era il rumore di passi che avanzavano verso i bagni, adesso erano più di un paio di piedi, erano tanti, e venivano verso di lei.

La porta del bagno si spalancò andando a sbattere con violenza sulla parete, quasi scardinandosi “dov’è questa dolce bimba? Forse possiamo trovarla qui?” La porta del primo gabinetto fu sfondata dal calcio di UKras, si tappò la bocca soffocando un grido e le lacrime calde continuarono a bagnare le sue guance arrossate. Il vampiro accanto a Ukras sfondò la seconda porta “lo sappiamo che sei qui e sappiamo che puoi sentirci, abbiamo una sorpresa per te” Kimberly non si muoveva di un millimetro, i suoi muscoli erano come paralizzati e la sua mente stava per esplodere. Altre tre porte andarono in frantumi “rimane solo questa cari amici” risate generali “e quindi la nostra cara bambina è qua dentro” altre risate, stavolta più rumorose, lei si teneva le mani premute sullo stomaco che le si contraeva per la paura qualcosa di rosso cadde ai suoi piedi, qualcosa che le era stato lanciato da fuori, che aveva scavalcato la porta chiusa del bagno. Nel panico, osservò per qualche secondo la cosa ai suoi piedi, la testa di Alex era lì davanti a lei: la bocca spalancata in un’espressione grottesca, un occhio che pendeva fuori orbita, ed una ferita profonda nella zona centrale del cranio lasciava intravedere materia grigia “no! Alex ! Ahhh! Cosa ti hanno fatto!” La porta fu sfondata da un vampiro con un corpetto viola e pantaloni di raso neri. La ragazza fu portata fuori a forza mentre piangendo scalciava come un mulo “Alex, Alex!” Continuava a chiamare il nome del suo boy nonostante avesse visto la sua testa staccata, la ragione l’abbandonò, e dovette sembrargli un lusso in quella situazione, ogni mano lacerava i suoi vestiti, intorno a lei un girotondo di canini le si conficcavano ovunque, morsi terribili sulle gambe, sulle spalle, sulla gola si sentiva come trafitta da centinaia di lame, chiuse gli occhi e cessò di esistere.

Distruzione e morte albergavano nella discoteca distrutta, alcuni cavi elettrici sradicati sputavano fuori scintille e si dimenavano come serpenti impazziti, sotto di essi Sid ferito e sanguinante si sentì come un sopravvissuto al centro dell’inferno. “Non devo muovermi, zitto muto, e con gli occhi chiusi” i vampiri uscirono dai cessi e le loro urla vittoriose risuonavano nella sala da ballo, uscirono poi dal locale in maniera ordinata, diretti verso una nuova scorribanda “che fortuna, mio dio grazie! Grazie!” Sid cercò di alzarsi in piedi, ma ricadde quasi subito, la testa gli faceva male ed aveva una brutta ferita all’avambraccio sinistro “ahh! Che male guarda qui che roba…” si strappò la manica della camicia e constatò da vicino l’entità della ferita. Prendendo tutta la forza che gli restava si mise prima in ginocchio e poi gradualmente e con calma si alzò in piedi “tutti… tutti morti” i suoi occhi vagavano alla ricerca di un altro sopravvissuto ma ben presto dovette arrendersi all’idea di essere rimasto l’unico; la cosa che lo impressionò maggiormente fu il sangue sparso ovunque, sul pavimento, le pareti, i divanetti. Barcollando si diresse verso i bagni, ma quando entrò la vista del corpo malridotto di Kimberly lo fece vacillare “ma che cazzo le è successo?!” Il corpo di Kimberly era irriconoscibile: pallido, dissanguato, ridotto a pelle e ossa, lo oltrepassò con disgusto e si mosse in direzione della cassetta del pronto soccorso sul muro, indicata con una croce rossa un po’ scolorita. Rovistò dentro e trovò quel che faceva al caso suo: una benda, del nastro, una bottiglia di disinfettante piena per metà, ago e filo “bene posso cominciare” la sua figura malridotta davanti allo specchio lo turbò, ma poi si fece forza ed iniziò l’operazione. Si lavò con cura le mani grazie al sapone liquido vicino al lavandino, poi le asciugò con un fazzoletto a quadretti che teneva in tasca, si guardò attentamente la ferita allo specchio, sanguinava ancora, prese la bottiglia col disinfettante, tolse lentamente il tappo e lo versò piano sulla ferita. La prima sensazione che ebbe fu di bruciore e non riuscì a soffocare un grido, ma in fondo poteva urlare quanto voleva ora che i vampiri erano usciti, versò un altro po’ di disinfettante sulla ferita e la ripulì dal sangue esterno, poi prese lo spillo sottile fra due dita e vi infilò il filo, fece un sospiro e lo avvicinò alla pelle. Il filo passò da una parte all’altra della ferita mentre Sid stringeva i denti, un rivolo di sangue scivolò verso il gomito, cercò di non piangere, ma gli occhi divennero lucidi. Ancora un altro paio di centimetri ricuciti, poi l’operazione andò avanti per un po’ fin quando col filo ebbe ricucito tutta la ferita “che bel ricamino mi sono fatto” prese le forbici e tagliò l’ultimo pezzo di filo, poi prese la garza e chiuse il tutto; uscì dal bagno e attraversò la sala da ballo piena di copri a terra, si diresse verso l’uscita sbloccata e sparì nella notte.

Il furgone di Eric sfrecciava a fari accesi nella notte con i finestrini completamente abbassati, le armi ormai cariche e pronte all’uso erano impugnate da tutti salvo Eric che guidava, passarono davanti al museo civico e videro che i morti viventi erano sparsi lungo tutto il suo perimetro, George prese la mira e ne buttò giù uno “bravo bel colpo!” Disse Howard cercando goffamente di prendere la mira “ecco ci sono quasi…” un colpo prese in piena testa uno zombi che finì a terra Anche Bill dal finestrino abbassato prese la mira ma la pallottola finì sulla spalla del morto “riprova con quello là vicino al lampione disse Eric indicando al ragazzo il bersaglio macilento, Bill prese la mira tenendo la pistola con due mani, trattenne il fiato e sparò. Lo zombi andò a sbattere contro il palo della luce e finì a terra con un buco bello grosso in fronte “centro amico, centro pieno” disse soddisfatto Howard mentre cercava un nuovo bersaglio. “Qualcuno sa dove stiamo andando?” Amanda cominciava a non poterne più di quella notte, di quel caos “cerchiamo semplicemente di sopravvivere come tutti mia cara, questa città è diventata teatro di guerra ormai” Disse George ricaricando una doppietta, ma proprio in quell’istante un pensiero gli entrò in testa: “Tina” la doppietta gli cadde di mano “hei amico attento con quei fucili se ti partisse un colpo…” “mia moglie Eric! Mia moglie!” George cominciò ad agitarsi “tua moglie cosa? Vuoi che l’andiamo a prendere? Dove sta?” Chiese curiosa Amanda “no, mia moglie è morta anni fa, ma è questo che mi spaventa! O mio dio! Non sarà diventata anche lei uno di quei così?” George era in evidente stato di agitazione. “Cerca di calmarti” disse Eric alla guida “centro! Ne ho presi uno! ”Disse Howard soddisfatto mentre cercava un nuovo bersaglio “in quale cimitero era sepolta?” Chiese Howard sparando un colpo ma mancando il bersaglio, George posò l’arma e si prese la testa fra le mani “quello di Vernex” Eric si voltò per un attimo verso di lui “conosco quel posto, ci sono andato a fare una consegna, quel tipo è fuori di testa, io direi di andare a dare un’occhiata lì, forse potremmo scoprire qualcosa di interessante” George annuì ed il furgone cambiò direzione lasciando un bel po’ di gomme sull’asfalto.

Intanto, seduto sulla sedia di pietra all’interno della sua caverna, il vecchio Satron osservava l’interno della sua sfera “adesso è chiaro, vedo i morti viventi che avanzano e presto uno scontro sarà inevitabile, o noi o loro, non ci potranno essere due padroni di questa città” un rumore di ramoscelli spezzati fece drizzare le orecchie al mago che si alzò in piedi ed in posizione di attacco attese. Non fu un’attesa lunga, presto infatti un’ombra si allungò verso l’interno della grotta ed una figura coi vestiti laceri fece il suo ingresso nella penombra della grotta, Satron lo osservava, udendo i suoni sconnessi che emetteva “morti viventi” sussurrò Satron nell’oscurità. Il nuovo arrivato si diresse verso il centro della caverna arrivando davanti alla sfera che rifletteva il suo volto: la mascella era spostata verso destra, il labbro superiore semi-strappato, e alcuni vermi scorrazzavano allegramente fra molari ed incisivi marci e sbilenchi. Lo zombi prese la sfera in mano e la osservò, vide il suo volto riflesso e si stava chiedendo a cosa servisse “posala! Rimettila subito dov’era!” Satron uscì dall’ombra che lo nascondeva “così siete voi l’ostacolo che si frappone fra noi e la città, siete voi morti che vi cibate dei vivi la terza forza in campo!” L’essere rimase stupito dall’entrata in scena del mago e ringhiò rabbioso verso di lui, sentiva che ciò che aveva davanti non era commestibile come gli umani, qualcosa, l’istinto forse gli suggeriva l’idea che quello strano uomo col mantello non fosse umano. Avrebbe potuto fulminarlo in qualsiasi momento ma la paura di danneggiare in qualche maniera la preziosa sfera lo frenava, avanzò verso di lui a piccoli passi, il tanfo di carne andata a male aveva invaso tutta la caverna “dammi quella sfera” disse guardandolo negli occhi “avanti posala” lo zombi indietreggiò e lanciò un urlo rabbioso contro di lui cominciando ad agitare le braccia “dammi quella maledetta sfera deposito ambulante di vermi!” Un’aura di luce stava manifestandosi sulla mano sinistra del vampiro che riposava vicino ai fianchi. La creatura alzò la mano che stringeva il prezioso oggetto e con un gesto rapido la lanciò sulla parete lì vicino “no maledizione!” La luce nella mano sinistra si era tramutata in fuoco vero e proprio, la mano emanava fiamme vere e proprie, la diresse verso lo zombi e lo incendiò.

La fiammata si sprigionò dalla mano tesa in avanti e lo investì in pieno trasformandolo in una torcia ambulante, ma l’attenzione del mago era rivolta tutta ai pezzi di vetro sparsi “gli eventi… il futuro! Era l’oggetto più prezioso per me!” Il corpo dello zombi era finito a terra completamente carbonizzato, una ventata proveniente dall’esterno fece stacca la testa annerita e screpolata che si dissolse in mille piccole briciole fumanti “non mi resta che andare” il mago si diresse all’entrata della sua caverna e una volta fuori si guardò intorno. Fra la vegetazione osservò un cervo che masticava pigramente dell’erba sollevò la testa in allerta, ma poi continuò il suo pasto, uno stormo di uccelli passò sopra la sua testa per dirigersi verso nord “ecco quello che fa al caso mio” concentrò la sua forza psichica su un masso poco distante. Chiuse gli occhi e tese le braccia in direzione del masso, dopo alcuni istanti di silenzio il masso cominciò a vibrare, il mago fece una smorfia come fosse sotto sforzo ed alzò le braccia. Il masso obbedì ai suoi comandi e cominciò a sollevarsi da terra. Con grande sforzo il mago cercò di controllarlo, sollevandolo ancora di più, lo fece passare sopra la sua testa dirigendolo poi verso la grotta, riuscendo a chiudere l’entrata completamente, poi abbassò le mani “bene, così non ci saranno altre visite” cominciò a correre sfrecciando fra gli alberi in direzione della città.

Ramsey era davanti all’entrata della fattoria, dove una cassetta delle lettere un po’ scolorita recava la scritta: “famiglia Crestwell” Oliver con la pistola in mano ansimava “non gli abbiamo ancora seminati” Brandon guardò dietro e vide nel buio le diaboliche figure che agitavano le braccia. I tre chiusero il cancelletto bianco e si lasciarono alle spalle la recinzione in legno, corsero per circa sei metri, poi suonarono il campanello, dopo alcuni istanti senza risposta la voce di Brandon tuonò “dai, maledizione! Aprite! C’è nessuno?” Ramsey puntò il dito sul campanello bianco e rotondo suonando tre volte di fila. Olver invece si era voltato di scatto con la fronte imperlata di sudore e la pistola in mano “se non ci muoviamo ci sbraneranno, stanno già superando la recinzione” i due amici si voltarono e videro che il gruppo di zombi era alle loro calcagna, alcuni avevano scavalcato lo steccato, altri avevano spezzato alcune assi di legno e goffamente cercavano di passarci in mezzo, e fra poco ci sarebbero riusciti. La porta si aprì con un leggero cigolio, sembrava che anche lei si lamentasse in quella notte disperata, e sulla soglia comparve un uomo in pigiama sulla cinquantina dall’aria assonnata con ai piedi un paio di vecchie pantofole grigie “ma chi siete e cosa volete a quest’ora della…” “dentro presto!” Oliver spinse i due dentro casa e l’ometto non ebbe modo di finire la frase Ramsey che quasi cadde in terra si riprese barcollando e notando che l’uomo di casa aveva tolto momentaneamente il paletto alla porta si prodigò per ripiazzarlo subito lì. L’uomo di casa era impaurito e stupefatto insieme, ma notando che uno dei tre estranei portava sul petto la stella da sceriffo si tranquillizzò un po’ “stia tranquillo, non vogliamo farle alcun male, ci stanno inseguendo e presto saranno qui” disse Oliver col fiatone “caro cosa sta succedendo?” Dall’ombra del corridoio emerse una donna bionda e spettinata che indossava una ridicola camicia da notte turchese col colletto in pizzo “non ti preoccupare cara, a questi signori serve il nostro aiuto, sembra che alcuni malviventi siano a piede libero” “o mio dio!” La donna cadde in preda al panico. Oliver cercò subito di tranquillizzarla prendendola per le spalle e rivolgendole alcune frasi scontate. “Il fatto è mio caro che quelli che abbiamo alle costole non sono esseri umani” l’uomo si mise a sedere su una sedia in legno vicino al mobile in mogano “come sarebbe a dire? Ci state prendendo in giro forse?” Delle urla provenivano da fuori, la donna si mise una mano sul cuore, l’uomo scattò in piedi “ma cosa sono? Sono forse degli animali?” Brandon si appoggiò al muro “no signore non sono animali, sono morti che sono tornati alla vita, ma sono cattivi e si nutrono della carne dei vivi, non sappiamo ancora chi o che cosa li abbia risvegliati, ma sarà meglio per noi se cerchiamo di fare qualcosa per difenderci” l’uomo non riusciva a crederci e cominciò a camminare nervoso per il corridoio. L’uomo ancora dubbioso ascoltava col cuore in gola i discorsi dei tre e ad un certo punto si diresse in camera con la moglie chiudendo a chiave la stanza, tornarono poco dopo completamente vestiti “non abbiamo avuto tempo per le presentazioni” disse l’uomo che adesso indossava un paio di jeans ed una camicia a scacchi bianco e nera “mi chiamo Gregory e faccio il fattore, sono molti anni che abitiamo qui io e mia moglie” “piacere sono Doroty” disse la donna vestita di un abito a fiori a buon mercato mentre si raccoglieva i lunghi capelli con un gommino.

“Piacere io sono Oliver, lo sceriffo” disse indicando la stella sul petto, Gregory gli strinse la mano con forza, la tipica forza di un buon uomo che vive del suo faticoso lavoro senza mai lamentarsi, “io sono Ramsey” “io sono Brandon, piacere di conoscerti amico, anche se potevano essere circostanze migliori” disse l’uomo abbozzando un sorriso. “Toglietemi una curiosità ragazzi” i due lo guardarono aspettandosi qualcosa “perché diavolo siete vestiti come Elvis?” I due trattennero a stento una risata poi Brandon rispose contento “è una lunga storia, veniamo da una specie di concorso, è lì che siamo stati assaliti da quei cosi, è stato un massacro, una cosa orribile, così poi siamo riusciti a fuggire e ad andare dallo sceriffo”. Gregory si toccò il mento poi concluse “ok penso di aver capito, adesso seguitemi” l’uomo cominciò a salire delle scale di legno che portavano al secondo piano insieme alla moglie, che si reggeva allo scorri mano. Alla parete vicino alle scale erano appesi alcuni insignificanti quadri che ritraevano paesaggi di campagna “da lassù potremo vedere meglio i nostri assalitori” disse Gregory continuando a salire, mentre la moglie era ancora visibilmente intimorita, l’uomo aprì poi una porta bianca per accedere alla mansarda e tutti vi entrarono timorosi. La luce della luna filtrava da una finestra semichiusa ad ovest e le narici di Ramsey respirarono l’aria stantia della soffitta, il pavimento formato da assi di legno scricchiolava sotto i loro piedi, ed alcune mosche si rincorrevano lungo la parete. Sulla parte destra della stanza una vecchia macchina da scrivere se ne stava a raccogliere polvere e poco più in là un vecchio scaffale con qualche tarlo ospitava una serie di libri, dal soffitto pendeva una nuda lampadina sorretta da un filo nero “non accendete la luce, non voglio che ci vedano” disse Oliver accarezzando la fondina in cui aveva riposto la pistola.

Gregory aprì la finestra e mise la testa fuori, una pallida luna illuminava dei mostri putrefatti che adesso battevano a calci e pugni chiusi la porta principale, ora nella mente del fattore non c’era più posto per i dubbi, la scena a cui stava assistendo era inequivocabile: dei morti stavano cercando di entrare in casa sua con la forza, e lui questo non poteva permetterlo. Da dietro le spalle dell’uomo fece capolino la testa bionda della moglie “ahhh! Amore mio chi sono quelli? Ho paura! Stringimi forte!” L’uomo prese la donna fra le braccia cercando di rassicurarla e fu in quell’istante che si rese conto di come la sua vita fosse trascorsa felicemente accanto a lei, gli accarezzò con dolcezza i capelli e la baciò sulla fronte “non ti preoccupare amore, lo sceriffo e queste persone ci aiuteranno vedrai, non è vero Oliver?” Lo sceriffo guardò Gregory e fece un poco convincente cenno affermativo con la testa. “Barrichiamo la porta presto! Se continuano così, presto saranno dentro, dobbiamo muoverci in fretta!” Disse Brandon scuotendo gli animi “voi pensate alla porta, mentre io vado a preparare i fucili, penso di avere proprio quello che fa al caso nostro” Gregory ridiscese le scale in fretta e furia mentre la moglie si strinse impaurita in un angolo. Gregory aprì una porta dalla maniglia argentata e dopo aver acceso la luce, prese quattro doppiette da un angolo, le portò fuori dalla stanza e le posò a terra “niente male” Brandon prese fra le mani la doppietta facendo finta di mirare agli zombi “vado spesso a caccia, ho una buona mira, quello che hai in mano è il mio preferito, ci ho ucciso un sacco di cervi e di cinghiali” disse Gregory prendendo le munizioni da una scatola di ferro laccata di verde. “Forza, cominciamo con questo, aiutami a spostarlo” disse Oliver a Ramsey che si diede subito da fare per dare una mano all’amico. Entrambi sollevarono un pesante mobile in mogano e a piccoli passi si diressero verso la porta, dalla quale provenivano urla e colpi. “Facciamo più in fretta possibile” Ramsey aveva fretta di mettersi al sicuro “qui, molliamolo qui davanti” disse Ramsey agitato, lo sceriffo mollò subito la presa ed il mobile si posò a terra con un tonfo, con un violento pugno uno zombi aprì un varco nella porta.  Ramsey indietreggiò col cuore in gola, la mano putrida si dimenava alla ricerca di una preda da afferrare, Oliver sfoderò la pistola e sparò un colpo che centrò il dorso della mano che si ritirò, ed al suo posto fece capolino dal foro la faccia pallida di un morto dai baffi neri e la bocca aperta piena di denti guasti “spara Oliver!” Ramsey era in piedi vicino alla porta e confidava nella mira dello sceriffo.

Oliver prese in fretta la mira e sparò. Il proiettile si ficcò nell’occhio del morto che cadde all’indietro nell’erba senza più rialzarsi, Oliver con la pistola fumante in mano volle stringere i tempi “muoviamoci, prendiamo altri due mobili e poi saliamo con Gregory al piano superiore” Ramsey appiattito alla parete fece un cenno di assenso con la testa. Doroty osservava gli uomini all’opera con la paura che gli attanagliava il cuore, ad un certo punto si mise a pregare sottovoce, la madre che era una credente di ferro le raccomandava di recitare il padre nostro quando si sentiva in pericolo e lei in quel momento aveva una paura matta. “Ecco fatto” disse Ramsey sorridendo allo sceriffo “questo dovrebbe tenerli buoni almeno per qualche ora” i due passarono in fretta davanti a Doroty e salirono le scale in cerca di Gregory, lo trovarono in piedi, rigido come una stecca da biliardo, con uno strano sorriso che si allargava sempre di più “ora comincia la festa, è il momento di sparare un po’ di piombo” il fattore guardava i due che sorrisero incrociando il suo sguardo.

Daniel Cameron e sua moglie svoltarono in Clever Road e con gli occhi cercavano febbrilmente il loro amato figlio, Daniel stringeva nervoso il volante in pelle “quando lo troveremo non sgridarlo troppo, sarà solo uscito con qualche amico a fare quattro chiacchere” disse la signora Cameron accarezzando la testa del marito. “Solo, che sono così preoccupata, se gli accadesse qualcosa non me lo perdonerei” Daniel la guardò per un momento: “vedrai amore, lo troveremo e torneremo tutti a casa, fra qualche settimana rideremo di questa storia”. Dopo alcuni minuti notarono una figura con gli occhi fuori dalle orbite che correva nella direzione opposta sull’altro lato del marciapiede, Daniel rallentò leggermente “arrivano! Nella piazza si è scatenato l’inferno! Sono centinaia! Sono orrendi!” L’ uomo alto che indossava una camicia strappata andò quasi a sbattere contro il palo della fermata del bus, voltandosi costantemente indietro, come se avesse paura che qualcuno fosse dietro di lui. Daniel lo seguì con lo sguardo finchè potè, poi lo osservò dallo specchietto retrovisore chiedendosi da cosa stesse scappando, pensò che non sembrava un barbone ubriaco, forse era semplicemente un pazzo. Daniel analizzò brevemente questi pensieri, mentre Ingrid lo guardava come se si aspettasse una spiegazione, Daniel avanzò lungo la via fino a svoltare in un vicolo che dava sulla piazza principale dalla quale si levavano una serie di grida, unite ad altri schiamazzi e suoni confusi. “Aspettami qui” disse Daniel tirando il freno a mano e spegnendo il motore, “ma caro, voglio…” Daniel sospirò “ho la sensazione che qualcosa non vada” guardò per un attimo fuori dal finestrino poi riprese “e non dico solo per quell’uomo che correva, l’atmosfera che c’è qui non mi piace” Kelly si limitò a guardarlo pensierosa “ok ti aspetterò qui”. Daniel salutò Ingrid con un bacio sulla fronte, scese e chiuse lo sportello dell’auto. La strada era sgombra, e le luci dei lampioni illuminavano l’asfalto dandogli un pallido tono, Daniel passò davanti al negozio del barbiere che il giovedì era sempre pieno di gente, ora con la porta sbarrata e senza illuminazione sembrava un luogo abbandonato da secoli. Daniel sentiva dei rumori provenire dalla piazza centrale e serrò i pugni nervosamente, si infilò furtivo nel vicolo alla sua destra e lo percorse guardandosi spesso indietro, finchè arrivò alla sua estremità. Affacciandosi furtivamente alla piazza centrale della città vide l’armageddon: da alcune finestre degli edifici uscivano lingue di fuoco, un corpo in fiamme si gettò dall’ultimo piano di una palazzina dalla facciata annerita, gruppi di morti dai vestiti laceri sbranavano corpi ancora in vita o quasi riversi al suolo o che si divincolavano in un vano tentativo di fuga. Daniel si tappò la bocca per non gridare, una donna era circondata da zombi vicino alla fontana che stava al centro della piazza “vi prego! Andate via! No!” La donna osservava impaurita i suoi macilenti assalitori che consistevano in cinque zombi i loro denti marci fremevano nelle mascelle storte, affamate di carne umana. Uno di loro si gettò sulla ragazza come un giocatore di football che placca il suo avversario, e immediatamente gli altri avanzarono sicuri, la ragazza si trovò riversa al suolo e fu la fine. Daniel vide un mantello volteggiare ai piani alti di un palazzo, e credette di impazzire, adesso gli sembrava di vedere anche uomini volanti. Satron atterrò su un palazzo ad est della fontana centrale, “come pensavo, si stanno impossessando della città” i suoi occhi si muovevano rapidi cogliendo ogni scena di quell’orrore “per fortuna anche gli altri sono già qui, anche se non tutti gli zombi sono in questa piazza”.

Daniel cercò di scuotersi e corse via in fretta tornando in direzione dell’auto, mentre in piazza fecero il loro ingresso i vampiri con Ukras in testa. Harrison Mitchell deambulava nella piazza in fiamme, cercava carne umana, carne fresca da gustare, quando improvvisamente si fermò fissando dritto negli occhi Ukras che stringeva il suo mantello con sguardo rabbioso. Daniel corse per il vicolo buio, voleva solo tornare alla macchina nel più breve tempo possibile, ed una serie di pensieri senza risposta affollavano la sua mente “com’è possibile tutto ciò? Forse è un incubo quello a cui ho assistito?” il suo piede destro urtò qualcosa e lui perse l’equilibrio cadendo rovinosamente. Gli ci volle qualche secondo prima di realizzare che cosa lo avesse fatto cadere “oh cazzo!” Daniel indietreggiò alla vista del cadavere dell’uomo con il ventre squarciato, i suoi occhi ancora aperti spaventarono a morte Daniel che cercò di rialzarsi. Correre a più non posso, questo era quello che adesso aveva in mente di fare, “non so che cazzo stia succedendo ma è meglio scappare il più in fretta possibile” dopo alcuni minuti vide la sua auto, una volta giunto allo sportello, afferrò la maniglia argentata e si tuffò all’interno della vettura “cosa c’è?” Daniel non fece quasi caso alle parole di Kelly, con le mani tremanti accese il motore e partì. “Mi stai facendo paura!” Daniel cercò di calmarsi. “In piazza… si è scatenato l’inferno, c’erano…” la macchina stava attraversando una serie di strade secondarie “c’erano dei morti, morti che divoravano i vivi, io li ho visti!” Sara lo guardò “ma cosa dici caro?” Daniel sospirò “senti, che tu mi creda o no nostro figlio potrebbe essere in pericolo, e noi non sappiamo nemmeno dove andarlo a cercare”. Lui rallento un po’ prima di accostare in un posto sicuro. Daniel guardò dritto negli occhi Sara “in piazza c’erano dei mostri, hanno ucciso molte persone, credimi, non era un bello spettacolo , non so da dove vengano ma dobbiamo cercare di evitarli, potrebbe essere pericoloso se qualcuno di loro cercasse di farci del male” Kelly si prese la testa fra le mani “le autorità saranno allertate, verranno sicuramente a rimettere a posto le cose” “sì ma noi non possiamo permetterci di aspettare, dobbiamo trovare nostro figlio prima che possa succedergli qualcosa” Daniel ingranò la marcia e ripartì verso Fallcreek Boulevard.

Sid tremava, aveva bisogno di un posto sicuro in cui rifugiarsi, ma avendo visto che molti quartieri erano già stati invasi da quei cosi, prese la saggia decisione di incamminarsi verso il bosco, uscendo dalla città. Aveva una gran sete ed i piedi gli facevano un po’ male, stava camminando nel bosco da circa un quarto d’ora, e dopo essere inciampato varie volte in alcune radici di albero nascoste dalle tenebre, si trovò davanti il tronco di un grosso albero abbattuto, vi si sedette e sospirò nel buio. Sid aveva i nervi a fior di pelle, sussultava ad ogni piccolo rumore, ed il buio non faceva altro che amplificare le sue paure “calmo… devo cercare di pensare” in un paio di minuti realizzò di essere fottuto: infreddolito, ferito, al buio e senza una bussola, si sarebbe sicuramente perso nel bosco, ma d’altronde non lo esaltava nemmeno l’opzione di uscire da quella verde area. Dopo un po’ decise di riprendere il cammino (anche se il suo era più un vagabondare senza meta) alcuni rami secchi scricchiolavano al suo passaggio e ciò lo faceva trasalire, ogni volta che pensava di aver fatto troppo rumore si fermava e drizzando le orecchie finchè non sentì il rumore dello scorrere del fiume. Era un richiamo troppo forte per la sua gola riarsa, e quindi lui lo seguì quasi senza esitazione arrivato sulla riva si inginocchiò e bevve quella fresca acqua, gli sembrava di rinascere, ogni sorso era un vero toccasana. Quando ebbe bevuto a sufficienza si incamminò verso un sentiero alla sua destra, spesso intravedeva alcune sagome scura di possenti tronchi d’albero, ad un certo punto incespicò in un laccio delle sue scarpe che si era slacciato, si fermò e con una mano appoggiata al tronco più vicino si toccò la scarpa. Si rese immediatamente conto che la sua mano tastava una fune con dei nodi, si allacciò in fretta la scarpa e verificò. Era una fune che pendeva dal tronco dell’albero, procedendo in verticale, sentì allungando il braccio che i nodi grossi dovevano essere sparsi in maniera abbastanza regolare, così dopo aver dato un paio di strattoni per assicurarsi che avrebbe retto il suo peso cominciò a salire.

Arrivato a metà tronco sentì un rumore di passi in avvicinamento, erano passi stentati, a tratti strascicati, accompagnati da grugniti, per un attimo pensò che quei dannati che avevano assalito la disco l’avessero raggiunto, ma sentiva che stavolta c’era qualcosa di diverso, era bloccato a metà corda coi muscoli tesi “sono qui, mi hanno scoperto, non posso fare la fine della gente della disco” avanzò cercando di non voltarsi indietro “ancora un po’ di sforzo e dovrei esserci” i grugniti e le urla si facevano più intensi. Arrivato in cima col fiatone, tastò con la mano sinistra una serie di assi di legno, e con un ultimo sforzo si mise in piedi. Le assi scricchiolarono sotto il suo peso ma lui non ci fece caso, si adoperò piuttosto a ritirare la fune che pendeva “devo fare in fretta, qualsiasi cosa siano non voglio ritrovarmeli quassù” Quando ebbe finito mise la corda accuratamente arrotolata sul pavimento e fu allora che si accorse di aver fatto appena in tempo “chi siete?” Per un attimo i grugniti cessarono. “Cosa volete da me?” Alcuni dovevano essere proprio sotto al tronco, Sid non sapeva cosa fossero ma cominciò a sentire un tanfo di marcio, di qualcosa di andato a male, carne marcia. Si tappò le narici per non dare di stomaco, fatti alcuni passi si trovò davanti ad una porta di legno semi-aperta, “è una casa su un albero” pensò mentre entrava spostando la porta con la mano. Sulle assi c’era un vecchio materasso bucato con accanto un piccolo comodino con evidenti segni del tempo “non poteva andarmi meglio” pensò ironicamente il ragazzo perlustrando l’interno. Toccò il comodino, e si accorse che traballava leggermente, forse una delle sue zampe era più corta d’un altra, confermando l’ipotesi che fosse stato fatto a mano da gente poco pratica, Sid avanzò sulla destra e con le mani protese in avanti trovò una mensola sverniciata sulla quale erano riposte vecchie copie di riviste ammuffite, ispezionando meglio, toccò sul fondo un oggetto cilindrico, una torcia elettrica. Con sua grande sorpresa una volta schiacciato il pulsante si accese, così egli potè scrutare meglio la stanza. Il comodino si rivelò essere di un verde mare quasi cancellato, del quale rimanevano solo alcune chiazze isolate, il tetto era formato da assi inchiodate ad un tronco centrale e sull’angolo sinistro, un ragno nero era intento a tessere la sua tela. Con la torcia in mano tornò verso la porta, la aprì e si affacciò puntando il raggio di luce in basso, alle radici dell’albero. “Che schifo!” Le sue mani cominciarono a tremare, vide il volto pieno di vermi di un uomo vestito di una lurida giacca cui mancava la manica destra, sporco ovunque di fango e con unghie nere “indietro! Via!” Indietreggiò barcollando verso l’interno della casa cercando un disperato riparo. Si mise a sedere interra facendo scricchiolare lievemente le assi “sono diversi dagli altri, quelli alla disco non erano così” Sid si prese la testa fra le mani ed ascoltò in silenzio i rumori che venivano da fuori.

Rudy cercava di mettersi in contatto con lo sceriffo da almeno quaranta minuti “sceriffo parla Rudy dalla volante 15 risponda” silenzio. Spazientito getto la rice trasmittente sul sedile accanto, e dopo pochi minuti parcheggiò l’auto alla stazione di polizia. Si tolse il cappello ed entrò, nella centrale c’era solo silenzio, interrotto soltanto dal leggero ticchettio dell’orologio tondo appeso alla parete, ad un certo punto sentì la voce dello sceriffo provenire dalla stanza accanto “qui ufficio dello sceriffo Oliver, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico” Rudy drizzò le orecchie “sceriffo ci aiuti qui sono migliaia! Arrivano da ogni parte e …” la comunicazione si interruppe bruscamente. Oliver restò immobilizzato al centro della stanza con quelle parole che gli risuonavano nella testa “sono migliaia…migliaia”. Il telefono squillò di nuovo scuotendo Rudy dal terrore “pronto sono Rudy il vice sceriffo” la voce all’altro capo del filo era di una donna terrorizzata “mandate qualcuno qui in centro, siamo assediati dai mostri!” Rudy sollevò la cornetta “qui polizia mi spieghi bene” “aiutateci qui… ahhh …! La comunicazione si interruppe bruscamente. “Pronto signora? Mi sente?” Rudy rimase in piedi col telefono muto in mano. “Questa storia non mi piace, e dove diavolo è finito lo sceriffo?” Si frugò nelle tasche, prese il pacchetto e si accese una sigaretta, inspirò profondamente, poi osservò gli anelli di fumo disperdersi nella stanza. “Devo assolutamente andare a vedere che succede in città, ma ho un brutto presentimento” spense la sigaretta nel posacenere rosso all’angolo della scrivania, si infilò il cappello ed uscì.

Il cancello del cimitero era aperto e i sassolini sul viottolo rumoreggiavano al passaggio del gruppo diretto alla tomba di Tina “non è certo il posto più adatto per un party” pensò Amanda mentre osservava la nebbiolina fra le lapidi più avanti “forza non perdiamo tempo, troviamo questa tomba” disse Eric nervoso guardandosi attentamente attorno. Amanda cercava sicurezza nella pistola che stringeva fra le mani, quel freddo ferro la faceva sentire più sicura, s’inoltrarono sempre più verso il fondo del cimitero, “sbrighiamoci che questo posto mette i brividi” disse Howard aumentando il passo. Arrivati dinnanzi la tomba aperta George si sentì mancare “aiutatemi a sorreggerlo!” Eric fece appena in tempo a prenderlo da dietro ed in suo aiuto arrivò goffamente Howard “accidenti sembra che qui ci sia stata una rivoluzione, guardate ci sono numerose tombe aperte!” Disse Bill guardandosi attorno ed avvicinandosi alla fossa “mi sento male… non ce la faccio” George era diventato bianco come uno straccio. “Ahhh…! Guardate qui che schifo!” Nessuno aveva notato che Amanda si era temporaneamente allontanata facendo una macabra scoperta, il cadavere di Vernex si mostrava adesso a tutti in bella vista, era come se fosse stato dilaniato da centinaia di denti affilati, un braccio era staccato, il cuoio capelluto completamente strappato, e la gabbia toracica aperta faceva notare come fosse stato spolpato fino nelle viscere. Bill si mise una mano sulla bocca incapace anche solo di urlare, Eric indietreggiò barcollando, mentre Howard corse più in là a vomitare, Eric ridestò George, ed assicuratosi che Howard stesse bene esortò tutti a ritornare al furgone in fretta, così tutti lo seguirono silenziosi, lasciandosi alle spalle quel luogo di morte.

La confusione che c’era al concerto stasera era assordante, il gruppo sul palco stava cercando di dare il meglio “ok ragazzi il prossimo pezzo è tratto dal nostro primo album che potete acquistare al banchino là in fondo” il cantante dai lunghi capelli neri sperava di riuscire a vendere almeno una ventina di copie ed altrettante magliette. La chitarra riprese la sua corsa aprendo il pezzo con un assolo, un gruppo di metallari se ne stava in disparte in un angolo a bere una birra dietro l’altra e Kurt era in mezzo a loro a scambiare opinioni sui concerti di quel periodo “l’avete sentito l’ultimo degli Obituary?” Chiese quello con più borchie sul giubbotto “a me il death metal non piace, mi sembra molto ripetitivo” disse un tipo con la maglietta degli irons “io esco a farmi una sigaretta” Kurt stava cercando il pacchetto con la mano destra “ti accompagno fuori” Kurt e Lopez si incamminarono verso l’uscita chiedendo continuamente permesso per farsi largo fra la calca. Una volta fuori respirarono l’aria fresca lasciandosi alle spalle il frastuono, chiacchierando dei loro interessi, e di come a Little Hope ci volessero più posti in cui fare concerti. “Ma qualche anno fa c’era il Battlezone…” Kurt guardò storto il suo amico “e me lo chiami locale? Dai era una cagata, era troppo piccolo, poi l’acustica non era un granchè, infatti poi ha chiuso” Lopez si chinò a riallacciarsi una scarpa e drizzò le orecchie “hei Kurt hai sentito?” “No cosa?” Lopez osservò nell’oscurità fra un gruppo di alberi più avanti “mi era sembrato di sentire un rumore strano” “sarà stato un cane randagio, ce ne sono molti in questa zona, dai torniamo dentro che fra poco il concerto finisce” prima di rientrare Lopez scrutò ancora il buio dubbioso, poi la pesante porta si chiuse dietro di loro.

Oliver gettò da una parte la sua pistola scarica “prendi questo ti servirà” Gregory lanciò la doppietta che Oliver afferrò con una sola mano, così potè raggiungere gli altri tre che sparavano dalla finestra “eccovi un po’di piombo bastardi!” Ramsey euforico centrò in testa uno zombi sulla destra, pezzi di cervello si sparpagliarono vicino all’entrata della casa, mentre il corpo del morto sussultava lievemente dopo essere caduto. Doroty osservava da dietro gli uomini sparare ed aveva una paura matta che quei cosi riuscissero ad entrare in casa “maledizione l’ho mancato!” Gregory maledisse la sua mira, Oliver prese confidenza col fucile ed abbattè un paio di zombi in poco tempo “grande sceriffo cosi si fa!” Disse Ramsey mentre ricaricava. Alcuni zombi avanzarono dai cespugli verso gli altri addossati alla casa come una macabra riunione fra amici “dannazione ce ne sono sempre di più, ne arrivano altri!” Disse preoccupato Brandon mentre ricaricava per l’ennesima volta la sua doppietta. Ad un certo punto un forcone si conficcò vicino alla finestra ed i quattro indietreggiarono istintivamente “porca puttana dove cazzo lo hanno preso quello?” Brandon indicò il forcone “giù ho degli attrezzi che mi servono per il lavoro, devono averli presi!” Disse Gregory con gli occhi fuori dalle orbite, Ramsey fu il primo a riaffacciarsi alla finestra.“ Giù ho anche delle…” degli schizzi di sangue arrivarono in faccia a Brandon e Gregory, prima che potesse completare la frase. Ramsey cadde a terra come un pupazzo con la testa aperta in due come un melone, l’acciaio della mannaia luccicava in mezzo ai suoi occhi “no! Cazzo Ramsey! Mio dio amico! ”Oliver assistette ammutolito alla scena, Brandon si chinò sul cadavere e lo abbracciò “non dovevano maledetti…” la voce di Brandon era un sussurro che lasciava spazio ai più rumorosi rigurgiti di vomito di Doroty “cara calmati ci sono io qui con te” il marito cercava inutilmente di tranquillizzare la donna, mentre Brandon piangeva l’amico scomparso. La rabbia prese il sopravvento sulla mente di Brandon che cominciò a sparare ancor prima di arrivare alla finestra, sparava quasi a caso, e le pallottole si conficcarono nei corpi marci degli zombi, Oliver lo acchiappò da dietro e lo sbattè a terra “riprenditi! Il nostro amico ormai è andato e tutte le pallottole di questo mondo non lo riporteranno indietro!” L’uomo ascoltava lo sceriffo asciugandosi le lacrime “ed in questo momento disperato abbiamo bisogno di te, non devi sprecare le pallottole a caso! La testa Brandon! Devi mirare sempre alla testa!” Brandon si asciugò con la manica le ultime lacrime che gli rigavano le guance, guardando in direzione di Gregory che annuiva, consolando la moglie “devi fare come dice Oliver o siamo tutti fottuti”.

All’ultimo piano della grande caserma dalla facciata scura il generale Alexander Flint rispose prontamente al telefono “sì?” Dall’altra parte una voce lo informava del casino che stava succedendo in città, il generale storse la bocca e continuò ad ascoltare finchè non andò su tutte le furie “accidenti a voi imbecilli!” Si alzò in piedi di scatto stringendo il pugno “che casino avete combinato! Ora toccherà a noi ripulire la città da quei cosi risorti dal cimitero!” Passarono alcuni istanti e poi la voce lo informò anche dell’altra cosa “come? E chi sarebbero?” Flint era diventato rosso in volto “io non ho mai creduto ai vampiri e …” il generale si rimise a sedere “sono in piazza e si scannano con gli altri?” Si rimise a sedere ed ascoltò il tutto. Una volta capita fino in fondo la situazione, riagganciò imprecando e si accese un sigaro. Successivamente prese il telefono e convocò tutti nella grande sala al primo piano, si affrettò a scendere ed attese gli altri.

Rudy vedeva già fiamme in lontananza e cominciò a preoccuparsi, si chiedeva che fine avesse fatto lo sceriffo, e sentiva puzza di brutto affare, poco dopo notò dei corpi a terra e decise di accostare. Scese con la pistola in pugno, notando le fiamme che uscivano da alcune case dalla facciata ormai annerita e si chinò su uno dei corpi riversi sul marciapiede. Il cadavere sembrava completamente rinsecchito come se qualcuno gli avesse asportato tutto il sangue doveva essere un meccanico, a giudicare dalla tuta, definirne l’età era praticamente impossibile visto com’era ridotto un rumore di passi lo fece voltare di scatto. L’orrore era davanti a lui, lo zombi aveva la faccia semi-decomposta e barcollante avanzava verso di lui, avanzava lento ed i suoi occhi non  facevano trasparire la minima emozione. “Chi sei? Fermo o sparo” la sua risposta fu un avanzare lento condito da grugniti “fermo ho detto” il primo proiettile lo raggiunse ad una gamba rallentando la sua avanzata, Rudy indietreggiò, lo zombi dimenava le braccia nella sua direzione alla ricerca di carne per sfamarsi, Rudy prese la mira con più calma e puntò alla testa , dopo lo sparo il morto cadde a terra . Ancora incredulo si voltò, e notò del fumo che usciva da un edificio poco distante da lì, tornò in fretta alla macchina e si chiuse dentro, cercò di calmarsi “devo raggiungere lo sceriffo, scoprire da dove vengono questi esseri… cosa sono…” reclinò la testa sul sedile con gli occhi socchiusi e la testa affollata da mille pensieri. Aprì gli occhi, si allacciò la cintura e partì, imboccò una via sulla destra in direzione del biscottificio quando notò una volante della polizia ferma vicino ad un albero, l’affiancò e tirò giù il vetro “hei ragazzi avete visto…” guardò meglio all’interno e notò che i due erano morti stecchiti, sconsolato, proseguì per la sua strada. (CONTINUA… PRONTI PER IL RUSH FINALE?)

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