TRAGICA NOTTE A LITTLE HOPE CAPITOLO 2

capitolo 2

 

Ukras uscì rapidamente dalla stanza aprendo la porta massiccia col chiavistello, ed entrò con l’arma in pugno in una sala circolare semivuota dove c’erano solo alcune torce accese, un camino molto grande ed un lungo tappeto rosso, Mircalla lo seguì a ruota, ed un attimo dopo arrivò anche Francis, che ovviamente voleva assistere allo scontro. I due cominciarono a camminare in cerchio squadrandosi con le lame puntate l’uno contro l’altro, Francis invece se ne stava in disparte osservando eccitato “wahhhh!” Gridò Ukras mirando alle gambe della donna, prese appena di striscio “ahh!” Dal graffio uscì un rivolo di sangue che si rimarginò subito, la risposta della vampira non si fece attendere e con un fendente laterale all’altezza della testa staccò una piccola ciocca di capelli di Ukras. “Molto bene mia cara vedo che non hai perso il tuo spirito combattivo” la donna lo fissò “vedi bene mio caro” un altro fendente dritto allo stomaco stava per raggiungere Ukras che lo scongiurò velocemente con la sua daga, ripartendo all’attacco come un ariete, si lanciò contro la donna alzandosi da terra in volo e ripiombando su di lei dall’alto, “ti ho preso “ disse la donna parando il colpo e afferrandolo per il collo, piantando i suoi tacchi nello stomaco di lui e gettandoselo dietro con un abile capriola.

Ukras finì qualche metro dietro di lei perdendo la spada che finì di lato rotolando, “bravissima padrona!” Urlò Francis che se ne stava lì a guardare come fosse lo spettatore di un incontro di boxe. Ukras si rialzò fulmineo e la donna gli corse incontro con la sciabola puntata, Ukras arrivato in prossimità della donna afferrò la lama con entrambi i palmi parando il colpo e sferrando un tremendo calcio laterale all’altezza delle costole “ahhh! ”Mircalla cadde a terra disarmata, mentre Ukras la raggiunse svolazzando e piombò su di lei ancora a terra.

La lama era ad un millimetro di distanza dalla sua gola “hai perso” disse con un risolino, lei lo guardava sorridendo, Ukras gli dette la mano per aiutarla ad alzarsi lei gentilmente la prese ed alzandosi finì contro il suo petto, lui l’abbracciò stringendola, il braccio di lei si alzò per stringerlo al collo, ed Ukras sentì qualcosa di appuntito alla sua gola “non ho ancora perso…”gli sussurrò sensualmente lei puntandogli lo stiletto alla gola, Ukras sorrise divertito e la baciò.

I due rimesse a posto le armi, decisero di dedicarsi a passatempi meno pericolosi, cosi gradirono la compagnia di un buon libro di magia nera, si misero nel salotto e scelsero dalla biblioteca un volume ciascuno, alcuni minuti dopo erano immersi nella lettura; “Hei ma questo incantesimo lo aveva fatto la nonna! Ma si me lo ricordo benissimo! Dovette squartare una vergine presa dal villaggio per riuscirci!” “Mmm…si me lo hai già raccontato” “e qui ce ne sono tanti altri che non abbiamo mai provato!” “Già, ma non fare come quattrocento anni fa che facesti quell’incantesimo preso dal libro innominabile e trasformasti le mosche del villaggio in pipistrelli che si misero ad aggredire la gente hahaha!”Mircalla rise divertita, mentre Francis era intento a riordinare casa, vestito col suo solito abbigliamento bicolore con sonagli tipo giullare, era d’altronde rimasto fedele allo stile dell’epoca in cui aveva vissuto con i suoi padroni, e gli stava bene cosi, non riusciva ad immaginarsi abbigliato diversamente.

A circa un chilometro fuori dal lugubre castello, camminavano a passo svelto nel buio della notte tre figure di ragazzini che non sapevano a cosa sarebbero andati incontro; “Carl! Rallenta un attimo che non ti sto dietro!” Disse Mark quasi inciampando nella radice di un salice, “Mark sei sempre il solito polentone sei una lumaca!” “haha! Ragazzi, se i nostri scoprissero che invece di dormire siamo usciti nella notte ci ucciderebbero!” Disse Lucas sorridendo nel buio rischiarato solo dalle torce elettriche. “Avanti muoviamoci che dobbiamo camminare ancora un po’prima di arrivare al castello” disse Carl affrettando il passo, “ragazzi, ma secondo voi lo troveremo davvero questo castello di cui parlate tanto?” “Ma sì che lo troviamo stai tranquillo!” Disse Lucas rivolgendosi a Mark “Ragazzi dobbiamo ringraziare Carl se abbiamo delle torce” disse Mark a tutti “grazie tante Carl! Ti siamo debitori!” Dissero i due in coro mentre salivano verso la meta facendosi largo fra gli alberi spettrali nel buio pesto della notte.

Dopo circa quindici minuti i ragazzi sorpassarono un gruppo di alberi spogli e rinsecchiti, e Mark esplose tirandoli fuori dalla tasca due petardi comprati qualche settimana fa nel suo negozio di fiducia in Hamilton Street, “bang, bang, bang” le scintille esplosero nel buio “accidenti! Che è stato?” Chiese Carl, “haha! Sono i petardi di Mark!” Rise divertito Lucas “Divertenti vero ragazzi?” “Si ok Mark sono forti, ma adesso non abbiamo tempo da perdere” disse Carl “hihihi… ok ragazzi non lo faccio più” disse Mark con un risolino da mentitore. Continuarono a camminare finchè d’un tratto videro il primo castello a poca distanza “wow ci siamo quasi ragazzi!” Disse Lucas “è proprio spettrale! Dai avviciniamoci!” Urlò Carl in preda ad una grande eccitazione. Così le tre figure si avvicinarono al castello percorrendo un piccolo sentiero che si arrampicava sulla collina, finchè non giunsero davanti al massiccio ed alto portone ferrato, sul quale erano effigiati due grandi pipistrelli con le fauci spalancate e le ali aperte.

I tre ragazzi ebbero per un istante l’improvvisa voglia di tornare immediatamente indietro, c’era qualcosa di indefinibile nei pressi di quel maniero, come se la sola visione scaturisse nell’animo la paura di un qualcosa d’antico, al tempo stesso decadente ed aristocratico “Certo che fa un po’ impressione ora che ce l’abbiamo davanti…” disse Lucas osservando il portone “guardate ragazzi se ci fate caso da qui s’ intravede anche il secondo ed un po’anche il terzo castello, sarebbe forte visitarli tutti” “Carl, sai bene che non abbiamo tutta la notte a disposizione, quindi è già tanto se siamo arrivati fino a questo” rispose Mark “guardate le torri, sono altissime, chissà che gente è quella che ci abita dentro” “Lucas, non so come sono quelli che ci abitano, ma mio nonno mi diceva che una sera in città si fece vedere la padrona, era rarissimo che andasse in giro, tant’è che nessuno l’aveva mai vista” “Carl, ma che lavoro faceva tuo nonno?” “Il macellaio Lucas, era un semplice macellaio, mi disse che era strana, entrò in macelleria e si fece dare solo del sangue di scarto che a mio nonno non serviva e che avrebbe comunque buttato” Lucas lo guardò storto “e che cavolo ci doveva fare col sangue?” “Non so, non me lo chiedere, ma mio nonno disse che le serviva per completare una strana ricetta culinaria del suo paese di origine” “bleah ma che schifo! Che ricette sarebbero?” Disse Lucas disgustato.

Dopo qualche minuto mentre gli altri due scattavano alcune foto ricordo della “gita” notturna la mano di Mark frugò di nuovo nella tasca interna del giubbotto estraendo una striscia di piccole miccette esplosive che lanciò poco distanti dal portone “bang bang!! Bratatatrakkk!!!” Fecero un rumore notevole “ti avevo detto basta con le miccette!” “Uffa Carl, sei noioso, se non facciamo un po’ di casino non c’è divertimento! E poi lì dentro dormiranno come sassi, e con quelle mura così spesse non sentono nulla” disse Mark prendendo un’altra fila di miccette, “fermati!” Disse Lucas bloccandogli la mano che impugnava l’accendino con la scritta in oro “Harley Davidson”. “Non dobbiamo farci sentire, facciamo solo un giro e qualche foto e poi torniamo a casa intesi? “Ok Lucas, terrò questa striscia per altre occasioni” disse Mark rimettendosi tutto in tasca.

Nel mentre all’interno del salotto dalla grande biblioteca Ukras si rivolse a Mircalla “Hai sentito cara? Cosa sono questi rumori?” “Si mi sembra di aver udito qualcosa… come uno scoppiettio” Ukras si alzò dalla poltrona in pelle “c’è qualcosa che non mi convince, sento come delle presenze estranee, forse è meglio se andiamo a controllare le sento vicine al portone d’ ingresso, sìi credo che ci sia qualcuno” sentenziò Mircalla. Ukras insospettito uscì dalla stanza, percorse l’altro corridoio illuminato da alcuni candelabri, Mircalla lo seguì in silenzio, aprì la porta della sala della collezione di oggetti occulti, dove vi erano manufatti antichissimi sotto teche di vetro, alcuni risalenti all’alba dell’umanità, a metà di questa sala affrettò il passo, sentendo dentro di sé che quello che avvertiva non era più un sospetto, ma realtà.

I tre ragazzi erano ancora lì fuori dal portone, ”Allora avete finito o no con quelle foto? E’ ora di tornare a casa!” Disse Mark agli altri due che come dei fotoreporter scattavano a più non posso “sì ecco abbiamo quasi finito” disse Lucas sorridendo, mentre il flash colpiva la guglia della torre di destra “wow che figata, è davvero bellissimo, sapete che faccia faranno quegli scemi dei nostri compagni di classe quando gli mostreremo queste foto così paurose? Sì! Resteranno a bocca aperta” disse Carl gonfiandosi come un pallone; “Ragazzi! Dai l’ultima! Mi piazzo qui davanti!” Disse Mark mettendosi di schiena al portone, ma mentre Lucas stava per scattare la foto la visione del portone che si apriva dietro il suo amico lo paralizzò facendogli scivolare di mano l’apparecchio. Una luce opaca filtrava dall’interno e Mark sentendo il vuoto dietro le sue spalle che fino ad un attimo prima erano ancorate al portone si voltò, il volto di Ukras si stava per trasformare in una maschera di odio “lei… lei chi sarebbe?” Disse con un filo di voce il ragazzo, Ukras lo afferrò con una mano al collo e lo sollevò da terra alla sua altezza mentre Lucas e Carl si guardarono terrorizzati, ”cosa fa? Mi lasci! Aiuto ragazzi!” Ukras si portò il ragazzo vicino e gli affondò i canini nel collo “aahhhhh” urlò di dolore Mark, gli altri due cominciarono ad indietreggiare continuando a tenere le torce puntate sulla scena, come impossibilitati a distogliere lo sguardo da un orrore che non avrebbero voluto mai neppure immaginare.

Ukras dissanguò completamente Mark che in meno di un minuto era ridotto a un lugubre pupazzo pelle e ossa con due fori grondanti sangue scuro al lato destro del collo ma prima di lasciare andare il corpo esamine ne afferrò la testa e con un solo braccio la staccò tenendola poi per i capelli e mostrandola come un trofeo agli altri, era pallida, quasi rinsecchita, rugosa per mancanza totale di sangue mentre l’espressione di Ukras era selvaggia e vittoriosa con la bocca spalancata imbrattata di rosso e gli occhi spalancati iniettati di sangue come un folle in preda ad una crisi. Intanto la mente sconvolta degli altri ragazzi realizzò cosa era accaduto e voltandosi cominciarono a correre, le loro mani tremanti riuscivano a stento a tenere le torce accese, ”Mark… Mark… Mark” era la sola cosa che Lucas riusciva a farfugliare, mentre Carl tremava in tutto il corpo e non riusciva più a ragionare. Erano a circa centocinquanta metri dall’accaduto quando nel buio pesto le loro torce illuminarono improvvisamente una faccia di donna dalle labbra rosse come il fuoco dell’inferno, la carnagione bianco-cadaverica ed una vestaglia nera come indumento “umani ficcanaso” disse la donna stringendo fra le mani una spessa corda, le torce dei ragazzi caddero a terra e l’oscurità gli inghiottì.

Il giorno seguente a Little Hope, era una splendida giornata di sole e lo sceriffo Oliver Simpson, un uomo un po’ sovrappeso sulla cinquantina stava entrando nel suo ufficio in Mason Street, appena si mise a sedere sulla sedia dietro la scrivania arrivò il suo aiutante “Sceriffo c’è una chiamata per lei, sono tre donne, da come urlano però non ho ben capito di cosa parlino, le passo la chiamata?” Disse Rudy il poliziotto snello dai capelli rossi tagliati corti a spazzola ed una faccia lentigginosa un po’ smunta dall’aria scema “ok Rudy vedo che cominciamo alla grande questa giornata, uff! Ok! Dai passami queste oche starnazzanti” Rudy gli sorrise e andò nell’altra stanza a passo svelto.

Oliver tirò su la cornetta lucida del telefono grigio “Salve sono lo sceriffo cosa posso fare per voi?” Non appena ebbe pronunciato queste parole un’ondata di urla confuse si abbattè su di lui, voci che si sovrapponevano, rumori indistinti, urla apocalittiche. Lo sceriffo d’istinto spostò rapidamente l’orecchio dalla cornetta mettendosela a distanza facendo una smorfia “hei… Hei…! Un momento, vediamo di capirci qualcosa se parlate tutti assieme non capisco un accidente!” Dall’altro capo del filo si decise a parlare una per tutte in modo chiaro. “Buongiorno sceriffo! E’ successa una cosa terribile! Siamo tre mamme preoccupate per i nostri figli, stamani quando sono andata a svegliarlo il mio Lucas non era nel suo letto! E siccome anche altri due ragazzi amici di mio figlio non erano in casa abbiamo deciso di denunciarne la scomparsa” lo sceriffo si grattò il naso e nel mentre Rudy gli portò una tazza di caffè.

Oliver ne bevve un sorso “calma signora cerchiamo di ragionare…vede i ragazzini a volte fanno queste cose ma poi di solito tornano a casa entro breve tempo, vedrà che…” “no sceriffo le assicuro che mio figlio e gli altri non hanno mai fatto queste cose!” la madre di Mark s’ impossessò fulminea del telefono strappandolo di mano all’altra “sceriffo! Volete forse dire che non fare nulla?” Oliver sbuffò leggermente senza però farsi udire “no signora, però deve avere come le altre, la pazienza di aspettare almeno ventiquattro ore, dopodiché possiamo metterci in moto nelle ricerche, ma non prima” la madre di Mark, una donna minuta e dai capelli brizzolati stette zitta qualche istante poi riprese “Ventiquattro? Ma… sono ragazzini! Se ne rende conto?” “Signora io capisco la sua apprensione, ma è la prassi, vuole insegnare a me il lavoro? Facciamo così, aspettate le ventiquattro ore e poi venite nel mio ufficio e provvederemo a fare la denuncia” “ok sceriffo se proprio bisogna aspettare, facciamo come dice lei” disse scontenta la donna prima di riagganciare senza nemmeno salutare.

Lo sceriffo riagganciò la cornetta e si mise a pensare, gingillandosi con una matita e continuando a bere il caffè “questi ragazzini, sicuramente torneranno a casa, magari perfino in giornata” disse a se stesso “hei Rudy! Vieni un attimo qui!” “Si Oliver dimmi” “senti, tu sei mai andato via di casa da ragazzino?” Ci pensò un attimo e poi rispose “intende dire… Scappato?” Oliver lo guardò con la matita in mano che si faceva passare fra le dita “si, cioè… qualche fuga per una lite coi tuoi, una ragazza o altre cose” “beh ecco, una sera litigai con i miei, avrò avuto sedici anni, me ne andai ma tornai alle due di notte e feci pace con loro, ma perché me lo chiede?” “Solo curiosità, perché quelle oche volevano, era proprio denunciare la scomparsa di tre ragazzini” “ma bisogna attendere le ventiquattro ore” disse Rudy grattandosi la testa “sì certo vuoi che non lo sappia? Ma il fatto è che secondo me questi qua avranno litigato con i loro genitori e tutto si risolverà in una bolla di sapone” Rudy si grattò il mento “sì sceriffo speriamo”.

Eric dopo un’attenta riflessione decise di andare alla bottega dove qualche giorno fa aveva visto l’annuncio di lavoro, così si alzò da letto che erano quasi le undici, il vestito da sosia era stirato e ben ripiegato sulla sedia, e nella stanza filtrava ormai la luce del giorno. Si stirò per bene e dopo uno sbadiglio si diresse in bagno, pisciò fischiettando poi si lavò la faccia con acqua fredda. Dopo una veloce colazione consistente in una semplice tazza di thè caldo tornò in camera e si vestì, mettendosi dei pantaloni a zampa d’ elefante anni sessanta. Successivamente si infilò nella sua Cadillac rossa, in direzione del centro città.

Dopo dieci minuti cominciò a girare irritato per il grande parcheggio “maledizione! Non c’è un posto nemmeno se si prega!” Con uno scatto del braccio destro ingranò la seconda e continuò a cercare, finchè non vide che una Ford Mustang se ne stava andando lasciando un posticino libero. Purtroppo notò che in contromano stava arrivando uno scooter con a bordo due tizi punk con giubbotti neri borchiati, uno di loro aveva i capelli sparati formati di tanti spunzoni tipo istrice e di colore azzurro e i pantaloni scozzesi a quadri rosso-neri, l’altro aveva una faccia da schiaffi paffuta ed una cresta di venti centimetri colorata di rosa, e due spille da balia ficcate su un lobo. La Mustang si era tolta di mezzo e lui fece l’atto di entrare nel posto vuoto, ma lo scooter rapidamente si diresse nello stesso posto “hei nonnetto facci parcheggiare e levati dalle palle!” Cresta rosa invece se ne stava zitto con un risolino sfottente sorseggiando una birra di pessima marca, lo scooter prese il posto della Cadillac, “hei che cazzo fate? C’ero prima io!” I due non si voltarono nemmeno.

Eric ci riprovò “hei… Ma voi occupate il posto con uno scooter!” La risposta fu un dito medio alzato di spalle ed un rutto di cresta rosa, Eric allora accostò mettendo le quattro frecce e scese dalla macchina, i due si voltarono. “Brutti teppisti lo volete togliere quella minchia di scooter prima che vi spacchi la faccia?” I due si diedero un rapido scambio di sguardi “ed a noi non ce ne frega niente del tuo posto lo capisci? Vai a cercatene un altro se non vuoi rogne” disse quello coi capelli ad istrice mentre entrambi si avvicinavano ad Eric. Quando furono a distanza ravvicinata cresta rosa ruttò in faccia a Eric, che si ritrasse per un attimo disgustato, “ok ho capito, non c’è problema ora vi faccio vedere io” tornò alla Cadillac poco distante, aprì la bauliera e tirò fuori una vecchia chitarra scordata dove si facevano notare i segni del tempo “vedete questa?” I due lo guardarono con aria interrogativa “sì lo so non è granchè come chitarra, ma non fa niente, tanto non la uso per suonare” i due indietreggiarono di alcuni passi “si ecco… diciamo che ha un’altra funzione” altri passi indietro dei due “suonarle ai teppisti come voi!”.  La fece roteare come una clava e la sfasciò in faccia all’istrice, mentre cresta rosa era rimasto impietrito dall’inaspettata reazione.

Il punk si sentì rintronare la testa e pezzi di legno finirono vicino ai suoi stivali di pelle “ahh! Ok amico ce ne andiamo! Il posto è tuo!” Disse cresta, “ma allora sai anche parlare brutto stronzo, ed io che pensavo che ti esprimessi solo coi rutti!” Cresta raccolse di terra l’istrice e lo caricò come un peso morto dietro di sé, mise in moto e sgassando a più non posso si allontanò.

Eric rimase lì con in mano ciò che restava della chitarra, poi tornò all’auto, accese il motore e parcheggiò “il punk è morto, è ora di cambiare musica” e si mise a ridere. Si incamminò verso River Street passando davanti al negozio di articoli sportivi di Ken Russel dove alcuni stupidi body builder gonfiati stavano provando degli attrezzi da palestra fra cui pesanti manubri, s’ infilò in Carter Street passando vicino alla fontana di marmo dove un grosso pesce di granito sputava dalla bocca l’acqua. Alcuni ragazzi delle medie stavano tornando a casa e sentiva che uno di loro si lamentava dei troppi compiti che un certo professor Randall gli aveva dato, sulla destra invece un barbone sporco e dall’alito fetente chiedeva l’elemosina mostrando una mano aperta e dalle lunghissime dita dove un signore in giacca depositò per pietà due spiccioli che il barbone osservò per qualche istante prima di infilarseli nella tasca del giubbotto marrone pieno di buchi.

“Sì, vincerò quel cazzo di concorso, io so cantare, non devo prestare ascolto alle stronzate della gente, il premio in palio è di quattrocento dollari, sempre meglio di niente e poi sono senza lavoro…”stava ancora rimuginando sul concorso al quale di lì a breve avrebbe preso parte, continuò a camminare, passando davanti alla panetteria che emanava profumo di pane cotto al forno, ed inspirò profondamente. Passò poi davanti al music store che oltre ai vinili costosi e d’epoca vendeva anche strumenti musicali, si fermò davanti alla vetrina ed un’ondata di ricordi lo invase, era uno dei negozi più vecchi della città, ed era lì che da ragazzo trovò un annuncio nella bacheca per imparare a suonare la chitarra, si ricordò di Alexander colui che per dieci dollari l’ora gli insegnò per la prima volta a suonare, gli ci volle un anno e mezzo per strimpellare in maniera decente, ma Eric era un ragazzo appassionato, motivato e la musica era sempre stata la sua passione.

Indugiò un attimo sulla soglia, poi decise di oltrepassarla “ma guarda chi si rivede! Ciao Eric come butta? ”Esclamò il vecchio Denver, “mah… insomma, tiriamo avanti, non ci lamentiamo” i due si dettero la mano. Denver era un uomo grasso di sessantacinque anni, coi capelli bianchi lunghi raccolti in una coda di cavallo, portava un paio d’occhiali dalla montatura rossa, ed indossava una camicia verde non troppo pulita; “Allora Eric, il lavoro come butta?” “Non bene, stavo giusto dirigendomi verso un possibile impiego” “beh allora che perdi tempo con un vecchio come me?” Disse sorridendo “ma va! Quale vecchio! Non dire sciocchezze, piuttosto, com’è bella quella chitarra lì!” Denver si girò “intendi quella che è a sinistra vicino al muro? Quella elettrica rossa?” “Già proprio quella” Denver si avvicinò alla chitarra indicata e la tolse dal supporto, porgendola a Eric. La stava stringendo fra le mani sentendo quasi un’aura energetica “dai che ti faccio sentire come la faccio scatenare” Denver sorridendo prese l’amplificatore nero, lo accese, collegò il cavo alla chitarra e si appoggiò al muro sorridendo e guardando Eric “prego Elvis” “one… two… three” cominciò a suonare Jailhouse Rock nel negozio c’era una decina di persone che si voltarono immediatamente verso di lui “the warden threw party in the county jail…” si avvicinò al tizio con la giacchetta poco distante e questo si mise un po’ a ridere “everybody in the whole cell block…” la musica riempì l’ambiente come un fulmine.

Si spostò ancora verso una signora dai capelli bianchi e lo scontrino in mano “number forty seven said to number three…” la signora lo guardò, sorridendo un pochino mentre Denver batteva le mani a tempo e lo osservava “shifty Henry said to Bugs…”alcuni istanti dopo mise il piede sinistro sull’amplificatore in una posa statuaria, impennando la chitarra suonando l’ultima nota prima degli applausi.

Denver gli diede una pacca sulla spalla “bravo il nostro Eric, quest’anno vincerà sicuramente il premio eh? Che ne dite ragazzi è o no uguale ad Elvis?  ”La gente rideva contenta ed anche Eric sorrideva, anche se in realtà il tizio con la giacchetta avrebbe voluto dirgli che aveva una voce terrificante, “dai Denver te la prendo” disse estraendo dalla tasca dei pantaloni il portafogli, “trecentocinquanta vero?” “Ma va! Per un amico speciale ci vuole un prezzo speciale”, Eric lo guardò in silenzio aspettando che sparasse il prezzo “duecento” Eric lo abbracciò con in mano i verdoni “non dovevi, è troppo per me” Denver lo strinse “dai non ci pensare ed accetta, che poi verrò a vederti sul palco, te lo prometto” Eric dette i verdoni a Denver ed uscì dal negozio. Dette una fugace occhiata al suo orologio da polso “devo andare è tardi!” Con la chitarra nuova nella custodia a tracolla, si mise a correre, usufruendo di tre vicoli come scorciatoia, dopo un po’arrivò alla bottega.

La porta si aprì “dleng! Dleng!” Un campanellino elettronico collegato all’ingresso annunciò il suo arrivo “salve” disse l’uomo dietro al banco dei salumi mentre stava servendo una vecchietta dai capelli bianchi con tanto di bastone “buongiorno a lei” rispose Eric; finito di servire la vecchietta che aveva preso qualche etto di salumi, l’uomo si diresse dalla parte di Eric “in cosa posso servirla?” “Sono venuto per quell’annuncio di lavoro, cercavate uno che faccia le consegne a domicilio giusto?” L’uomo si strofinò le mani al grembiule unto “Si esatto cercavamo proprio uno per questo…” “benissimo allora! Lo avete trovato credo” si mise in una posa ironica a braccia aperte “haha! Lei è forte! Mi piace! Signor?” “Eric Bennet, tanto piacere” si diedero la mano “io mi chiamo Albert Sewarg” disse il proprietario sorridendo.

“Allora Eric, noi ti diamo un furgoncino lo vedi quello là fuori?” Albert indicò un furgoncino bianco parcheggiato sull’altro lato del marciapiede “certo” “bene Eric, con quello pieno di roba, che poi non è tantissima, visto che i nostri clienti che vogliono farsi mandare la roba a casa sono un po’ più delle dita di una mano, scorrazzerai per la città facendo consegne” Eric ci pensò per non più di cinque secondi “ok bello accetto volentieri” “bene Eric allora se per te va bene da domani cominci” “non aspettavo altro amico!”, i due poi si salutarono velocemente, sicuri di rivedersi l’indomani.

George Dempton intanto stava seduto in un circolo ricreativo per anziani con in mano un fante, un due di picche ed una donna di cuori “asso prendi tutto!” Disse Ted che gli stava davanti, e gli altri due giocatori lasciarono cadere di scatto le carte sul tavolo “certo che hai un gran culo! E’ la seconda volta di fila che vinci” disse Simon seduto a destra di George “eh! Ragazzi! La classe non è acqua lo sapete”.

L’orologio sul muro indicava le sedici e trenta, “allora? Che ne dite di un’altra?” “Ok Ted per me va bene, tanto per quel che ho da fare” “Ah! Grazie tante George vedo che hai una gran voglia di giocare” “ma no dai! Lo sai benissimo che non intendevo quello, è che da quando sono in pensione e da solo…” “è il problema di tutti noi caro George” disse Simon dalla sinistra fumacchiando una pipa. “Tutti siamo finiti cosi non vedi? Quattro vecchi rincoglioniti che per ingannare il tempo giocano a carte scommettendo un bicchierino o delle sigarette” “Hei Simon vacci piano! Rincoglionito a chi? E poi io non mi gioco le sigarette, non fumo nemmeno” disse Alfred, “datemi il mazzo” disse Simon “guardate un po’ quello lì, quello sulla sedia a rotelle con la flebo” disse Alfred indicando un vecchio malmesso con una badante appresso “sapete chi è quello?” I tre si guardarono l’un l’altro e poi risposero all’unisono “no, chi sarebbe quella mummia ambulante?” Alfred guardò con un ghigno di disprezzo il rudere “è quello che mi ha fregato la moglie” “cosa?! Tua moglie sarebbe andata con quella specie di zombi?” Disse Ted strabuzzando gli occhi “ma quanti anni ha duecento?” Ridacchiò “c’è ben poco da ridere” disse Alfred.

La badante che portava a spasso il rudere era vestita come una bagascia ed i quattro cominciarono ad osservarla. Portava delle calze a rete rosse ed una minigonna corta, non era molto alta, ma ben proporzionata, i capelli castano scuri acconciati a coda di cavallo mostravano una fronte spaziosa, e sotto di essa due occhi marroni molto vispi, portava un giubbottino di jeans molto stretto che lasciava intravedere un seno florido. “Accidenti che sventola” disse Ted “sì, ma è molto volgare, non è il mio tipo” sentenziò George continuando a guardare nella stessa direzione degli altri, “ho una gran voglia di spaccargli la faccia alla mummia” “Alfred, calmati dai ma non vedi com’è ridotto? È messo peggio di un rudere dopo una scossa del quarto grado Richter” disse Simon guardandolo un po’ storto, Alfred si alzò dalla sedia rosso rubino e si appoggiò al muro. Intanto la sventola prese le cuffie del walkman e se le mise all’orecchio poi afferrò le maniglie grigie poste sul retro della sedia a rotelle e si diresse verso l’uscita rivolgendo un breve sguardo ai quattro.

Simon intanto si era accorto che sotto i suoi pantaloni grigio topo si era mosso qualcosa che non si muoveva ormai da tempo così si alzò anche lui in piedi, appoggiandosi al muro, Alfred intanto si stava lentamente avvicinando all’uscita e George lo notò subito “Alfred! Ma dove vai?” Nessuna risposta gli giunse ai timpani “Hei! Non vorrai mica metterti a fare a botte sul serio?” Alfred incurante dell’amico varcò in fretta la porta del circolo “o cazzo, George pensi quello che penso io?” “Si Ted, e sarà meglio seguirlo!” George e Ted si alzarono in piedi scattando ed uscirono anche loro dal locale mentre Simon invece sembrava avere altri piani in testa che sedare una possibile rissa, comunque anche lui dopo un momento di esitazione decise di seguire gli altri che erano già usciti.

Il vecchio malmesso se ne stava fuori sulla sedia a rotelle, mentre la badante gli dava le spalle ascoltando musica a tutto volume nelle cuffie “mmmggghhhh… pipì” disse l’anziano con un filo di voce tremolante alla badante che si faceva i cazzi suoi con la musica a tutto volume, masticando una gomma. Alfred era davanti al vecchio “Mia moglie, me l’hai portata via era tutto per me, ti ricordi chi sono?” Il vecchio lo guardò con aria assente “pi… pip… pipì” si pisciò addosso ed una macchia gli si allargò sui pantaloni, Alfred lo prese per il colletto della camicia “mmm… ghhh… no… uuhh…” la badante era ancora girata di spalle e non si era accorta di niente. George arrivò di corsa ma non potette evitare che Alfred desse un pugno in faccia al vecchio che ripiombò sulla sedia a rotelle pendendo tutto a destra. George lo bloccò prendendolo da dietro “cazzo fai!? Sei matto? Lo sai che questo Matusalemme può restarci secco?” L’aggressore cercò di divincolarsi dalla stretta, mentre arrivò anche Ted che gli si parò davanti “amico calmati frena i tuoi istinti! Dai!” Simon assisteva alla scena un po’ in disparte continuando a fissare la badante.

Alfred grazie agli amici riprese la sua lucidità mentre il vecchio era ancora semi-incosciente “ok ok, mi calmo, sono tranquillo è stato un momento, solo un attimo” George lo prese per le spalle “ok diamoci una bella calmata qui, ora torniamo dentro e ci mettiamo seduti ok? fortuna che l’altra non si è accorta di nulla…mah…” i tre stavano tornado nel locale quando si accorsero che Simon non li stava seguendo “hei Simon dai torniamo dentro” “perché non vi avviate intanto voi? Io vi raggiungo in un secondo momento” George si domandò cosa diavolo avesse da fare e d’un tratto lo vide avvicinarsi alla figura femminile che gli dava le spalle.

Simon toccò la spalla sinistra della donna che si voltò togliendosi le cuffie “buongiorno signorina” disse sfoggiando un sorriso di convenienza “salve” disse un po’stupita la donna “cosa fa una così bella donna in un covo di vecchi?” La donna scoppiò a ridere “faccio la badante per guadagnare qualcosa, sempre meglio del lavoro che facevo prima” guardò poi verso il vecchio “ah! Ma cosa gli è successo? Si è accasciato da una parte!” Lo prese e lo rimise dritto “uffa, cadono sempre queste mummie, si fanno male da soli, e guarda qui! Deve aver battuto l’occhio nel bracciolo si è un po’ annerito” Simon trattene una risata a stento, le si avvicinò “mi chiamo Simon” “io sono Erica tanto piacere”.

La donna cominciò a capire dove l’ometto voleva arrivare “signorina se vuole andiamo in un posto migliore a bere qualcosina, magari dopo…”  “senti bello” lo interruppe bruscamente “se vuoi scopare dillo subito altrimenti smamma, possiamo andare a casa mia qua dietro, fanno quaranta dollari, ed ovviamente ci andiamo con quello appresso perché devo guardarlo a vista” Simon strabuzzò gli occhi “hei bello a cosa pensi che mi riferissi quando parlavo del mio lavoro precedente?” Disse Erica battendo un tacco in terra ritmicamente “ma siamo sicuri che ti si rizza ancora? ”Disse irriverente la donna “senti bella credo di avere ancora delle cartucce in mezzo alle gambe, che ne dici se andiamo a spararne un po’? Dai prendi il vecchio e andiamo.”

Intanto George assisteva incredulo alla scena strabuzzando gli occhi “Simon! Ma che vuoi fare?” L’amico si voltò con una strizzatina d’occhio “tranquillo George, ho tutto sotto controllo!” George spalancò le braccia “te lo rendo fra un po’ il tuo amico! Non lo mangio, promesso!” E si allontanarono col vecchio paralitico che farfugliava frasi sconnesse. George si passò un attimo le mani sulla faccia come per cercare di svegliarsi da una scena surreale, poi scuotendo la testa rientrò nel circolo.

Il telefono rosa di Amanda squillò “pronto?” Rispose svogliatamente distesa sul letto di camera sua “Ciao Amanda! Sono Kimberly, come stai?” “Bene grazie, tu?” “Bene! Senti, ti ho chiamato perché sono riuscita ad accaparrarmi i biglietti per la megafesta al Colosseum! ”Amanda battè ripetutamente il palmo della mano sul letto di seta “wow! Come sono eccitata! Sapevo che ci saresti riuscita! Vedrai faremo morire di invidia tutte le altre! Siamo riuscite ad accaparrarci i biglietti per la festa più esclusiva dell’anno!” Kimberly riprese quasi in delirio “Eh già! Senti ti dò l’indirizzo esatto” non appena Kimberly ebbe finito di pronunciare queste parole si intromise fra le due un’interferenza gracchiante “bzzz….crrr” “si trova…” “crrrrrzzzzzzhhh” “non capisco molto bene Kimberly! Ci deve essere un’interferenza…ripeti!” “Bzaakkkkkkccrrr” “…ent Street numero…’ove” Amanda senza pensarci due volte scrisse sul foglietto bianco “President street nove” “ma si ho capito bene inutile farsi rompere i timpani da quest’ insopportabile interferenza, al massimo la richiamo domani” pensò giocherellando con la stilo “ok ho capito! Senti ci sentiamo domani ok?” “Ok Amanda! Bye bye”.

Amanda riagganciò la cornetta e si spostò dal letto verso lo specchio sul muro incastonato in una cornice blu cobalto “come sono adorabile! Ahh! Quasi quasi provo la crema che mi ha comprato mamma” aprì il cassettino e ne estrasse un barattolino cubico in plastica lucida. La mano cominciò a spalmare sul volto la crema disegnando cerchi irregolari, sulla fronte, sulle guance rosate, sul nasino, e sul mento “chissà se al Colosseum ci troverò quel ragazzone moro e ben piazzato, l’ho visto a quasi tutte le feste a cui sono stata ultimamente, ma ogni volta ero fidanzata con qualcuno! Così non ho mai potuto avvicinarlo, ma stavolta mi farò avanti”.

Amanda elaborava questi pensieri nel suo cervello mentre dalla crema era passata alla spazzola d’argento per lisciarsi i capelli. La casa di Amanda era una confortevole villetta a tre piani situata in Berker Street nove, i componenti della famiglia erano quattro: Amanda, suo fratello Kurt, suo padre Cesar e sua madre Lisa. Cesar aveva ereditato dal padre un’azienda che era pure quotata in borsa e con la quale si era arricchito moltissimo, Lisa lo aveva sposato proprio per aver fiutato la grana infatti alla scuola che frequentava e dove si erano conosciuti c’erano ragazzi molto più attraenti.

Improvvisamente Amanda si interruppe e sentì un frastuono provenire dalla camera accanto, “uff” percorse in fretta il corridoio e aprì la porta senza bussare “Kurt! Abbassare il volume prego!” Il ragazzo appena rientrato si era stravaccato sul letto con ancora gli anfibi ai piedi ed il giubbotto in pelle addosso “ciao sorella come butta? ”Amanda si avvicinò allo stereo ed abbassò un po’ il volume “bene direi e tu che fai? Sempre a caccia di vinili e rarità?” Disse dando una rapida occhiata al sacchetto pieno di dischi vicino al letto “eh già essere ricchi dopotutto ha i suoi vantaggi, anche se i miei amici non lo sospettano” “Ah! Già dimenticavo che fra i metallari non si accettano ricchi borghesi!” Ridacchiò Amanda “stasera esci?” “Sì vado al concerto con la solita gente, dobbiamo andare in un posto un po’ fuori città suoneranno gli Emerald Sword” “boh…mai sentiti, divertitevi comunque” Amanda lo guardò un po’ storto “e togliti quelle scarpacce lo sai che mamma ci tiene al letto” “ si ok dopo le tolgo” disse Kurt grattandosi il petto sotto la felpa dei Putrid Crypt. Kurt era un ragazzo di ventiquattro anni, statura media, con lunghi capelli neri che gli arrivavano sotto le spalle a volte acconciati a coda di cavallo, occhi marrone scuro fronte bassa e due piercing ai lobi di entrambe le orecchie. Benché fosse caratterialmente molto diverso da Amanda i due erano quasi sempre andati d’accordo, a diciassette anni volle imparare a suonare la chitarra, e a venti formò un gruppo death metal con quattro suoi amici. Una volta Amanda andò anche ad un loro concerto e nonostante la musica fosse tutt’altro che di suo gradimento gli fece piacere vedere suo fratello contento che suonava la chitarra e faceva headbanging.

Intanto Howard vagava alla ricerca di clienti con l’angoscia dentro il corpo mentre l’orologio sul cruscotto viaggiava sulle ore diciotto e trenta, la fronte imperlata di sudore faceva trasparire la sua solita ansia “maledizione oggi solo due contratti, va sempre peggio, non posso continuare così” Howard era nuovamente a caccia di polli a cui propinare il contratto telefonico e stava giusto pensando dove dirigersi, oltrepassò alcuni pali della luce dove erano affissi dei volantini con le foto di tre ragazzi con sotto la scritta “scomparsi” in caratteri grandi ma l’uomo non ci fece caso. Fermatosi ad un incrocio per dare precedenza frugò nel taschino in cerca delle sigarette, si avvicinò il pacchetto alla bocca e ne tirò fuori una, gettò il pacchetto sul sedile accanto e superò l’incrocio. Stava pensando che forse gli avrebbe fatto bene un po’ di relax, per staccare un attimo, quando notò un cartellone pubblicitario sul lato destro della strada “Elvis è tornato! Quarta edizione del concorso cittadino: Elvis è vivo! Vi aspettiamo numerosi” accostò l’auto e scese, osservò il cartellone dove si vedeva una foto di Elvis col dito puntato verso chi osservava.

Il cartellone portava la data dell’evento “ci potrei anche andare, ma si perché no? Poi non ho altri programmi” aspirò profondamente e si guardò intorno notando che alcuni ragazzini avevano piazzato una rampa di skate in mezzo al prato lì vicino e si stavano divertendo facendo a gara a chi era più abile. Finì la sua sigaretta gettando il mozzicone a terra e poi riprese la sua strada.

Al calare delle tenebre Ukras e Mircalla erano nelle segrete del castello, legato mani e piedi a pesanti catene Carl gli stava fissando tremante in tutto il corpo come in preda a scosse elettriche. Mircalla alzandosi da una sedia stranamente allungata verso l’alto il cui schienale conico superava le spalle arrivò a sfiorare la fronte del ragazzo “ma guardate che bei bocconcini abbiamo qui” disse stridula facendo scendere la mano affusolata e toccando la gota del ragazzo, Ukras e Francis annuirono sardonicamente “voi siete dei mostri!” Disse rabbioso Lucas facendo voltare di scatto la vampira “mostri! Mostri! Ahaha! Padrona ha sentito come ci chiamano questi umani inferiori? “Disse Francis scoprendo i canini affilati “cosa diavolo facevate nei pressi del nostro castello?”. Con un poderoso salto Ukras giunse a cinque centimetri davanti a Lucas il cui volto si fece cereo “s…sta…stavamo s…solo. facendo qualche f…foto” la mano di Ukras si serrò alla sua gola “la mamma non ve l’ha detto che in certi posti è meglio non avventurarsi? Avete osato disturbarci, vi siete presi gioco di noi, ma presto voi e gli altri stupidi abitanti di Little Hope vedrete l’inferno con i vostri occhi”.

Lucas gemette disperato “Padrone non abbiamo tempo da perdere facciamola finita alla svelta, dobbiamo andare da Satron!” “Tranquillo Francis ci divertiamo un po’ e poi la facciamo finita con queste due pulci qua” disse Mircalla, “Francis, portalo sul tavolo delle torture” disse indicando Carl che si mise ad urlare a squarciagola; mentre Francis trotterellando gli si avvicinò per toglierlo dalle catene “non toccarmi mi fai schifo! ”I vampiri si misero a ridere simultaneamente “non mi divertivo cosi da anni” disse Mircalla; con gli arti indolenziti una volta libero Carl quasi non si reggeva in piedi, Francis se lo mise sulle spalle mentre opponeva una debole resistenza. Francis lo posò come un sacco di patate su un tavolaccio da torture medievali “aaahh! No!!” il ragazzo cercò di tirarsi su ma Francis con un pugno lo stese nuovamente sul tavolo serrandogli polsi e caviglie. (continua… per vostra sfortuna…)

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